I ruderi di Briatico vecchia. Quarta tappa

Il “gran flagello” arrivò il 5 febbraio 1783, col buio, verso le sette di sera. Decine di migliaia di morti, paesi rasi al suolo, colline e vette di monti smottate a valle, interi abitati scivolati più in basso. Agli innumerevoli crolli seguirono gli incendi, dopodiché le epidemie. Il terremoto di quella sera, che continuò il mattino seguente con un’ulteriore scossa e poi due giorni dopo con un’altra molto forte più uno sciame sismico che durò fino al 1875, segnò il paesaggio e la morfologia del territorio, ma soprattutto l’immaginario collettivo: «un evento catastrofico che – sostiene Vito Teti – segnò e continua tuttora a segnare la vita, la cultura, la mentalità, la memoria delle persone». Scomparvero decine di paesi e villaggi in un’area vastissima, il cui epicentro fu la vallata delle Serre, quella del Mesima e la Piana. I sopravvissuti percepirono ciò che avvenne come una punizione divina («Ndi l’ha mandatu Dio, cari fratelli»), come la fine del mondo («Li piccirii chie eranu ajattantj / Restaru cu la lingua ammenzu i denti»): in base a quanto scrisse Sarconi («Istoria de’ fenomeni del tremoto avvenuto nelle Calabrie, e nel Valdemonte nell’anno 1783», 1874), la popolazione venne “annichilita”, non riconosceva più nulla dei propri luoghi, la gente si aggirava tra le rovine sconvolta e terrorizzata.
La mia ingenuità mi porta a chiedere informazioni sulla strada da percorrere per raggiungere i ruderi di Briatico vecchia: «ma la strada non c’è – mi spiega un passante nel centro della nuova Briatico –, ci si può andare soltanto a piedi e con qualcuno che conosca il sentiero, e in ogni caso ci vuole molto cammino. Però si può accedere facilmente alla collina di fronte, dove si vedono bene i ruderi. Se vuoi ti accompagno al bivio». Ok, sale in auto e mi dice che è tra gli organizzatori dell’Affruntata di Briatico (che «è molto diversa da quella di Vibo: loro portano le statue a spalla, noi a mano col braccio teso verso il basso») e che ora va a festeggiare la Pasqua a casa del fratello. Poco fuori dal paese mi indica una collina e degli alberi d’olivo («quello è il posto migliore»), che posso raggiungere attraverso la strada che passa sotto un viadotto.
Accosto e m’incammino tra alberi monumentali dal tronco così ampio che è impossibile abbracciarlo, molto diversi da quelli sorrentini, più alti e sottili. Hanno arato da poco, affondo nel terreno smosso, tolgo le scarpe e raggiungo un prato sul limite di un profondo vallone che sfocia nel golfo di Sant’Eufemia. Al di là del burrone, verso ovest, c’è la collina con i ruderi dell’antica Briatico, dietro la quale – solitario in mezzo al mare – svetta il magnetico cono dello Stromboli. Mi siedo per terra e osservo, ma non so dove posare lo sguardo: è come se mi dispiacesse tener fuori qualcosa perché è l’insieme di tutto ciò che ho davanti che rende assolutamente straordinario questo paesaggio, non vi si può sottrarre nulla. Apro “Il senso dei luoghi”, l’unico libro che ho portato con me in questo viaggio, una sorta di guida per Altrove calabresi: «I ruderi della città, segnalata dalle fonti nell’XI secolo e assai importante fino agli anni precedenti il terremoto, si distendono su un territorio abbastanza esteso, ricoperti di erbe, nascosti da una vegetazione a volte fitta, con la presenza di piante di fichi d’India, di mandorlo e di liquirizia, e hanno un aspetto pacificato e rassicurante. Il paesaggio ci avvolge nella sua serenità, con quelle collinette che evocano forme femminili. A guardarle non vengono in mente, anzi, sembrano incredibili e inventate quelle immagini di distruzione e di devastazione che descrivono, non solo gli osservatori esterni, ma anche la letteratura di tradizione orale».
La prima volta che ho avvertito – consapevolmente – il “potere evocativo” dei ruderi è stato a Sant’Elia in Penisola Sorrentina, osservando la volta dell’antica chiesetta o i resti di stalle e casupole contadine invasi da rovi e sterpaglie: da allora ho scoperto che le rovine rappresentano un momento di contatto profondo – muto – con le generazioni passate, la più concreta esperienza che si possa fare del tempo o, come dice Marc Augé, del “tempo puro”: «Ci accade di contemplare dei paesaggi e di ricavarne una sensazione di felicità tanto vaga quanto intensa; più quei paesaggi sono “naturali” (meno essi devono all’intervento dell’uomo), più la coscienza che noi ne abbiamo è quella di una permanenza, di una lunghissima durata che ci fa misurare per contrasto il carattere effimero dei destini individuali», un modo – dunque – per aiutarci (noi, abitanti di un mondo le cui macerie non hanno più il tempo di diventare rovine) a «ritrovare il tempo per credere alla storia».

Briatico, 16 aprile 2006

PS:
1. Ulteriori notizie su Briatico sono qui, qui, qui e qui.
2. Le citazioni di V. Teti, del canto dialettale e del testo ottocentesco sono tratte da Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati, Donzelli, 2004. Quelle di M. Augé, invece, da Rovine e macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri, 2004.
3. I due versi in dialetto citati tra parentesi sono l’inizio e la fine di un canto popolare raccolto nel 1932 da Raffaele Lombardi Satriani a San Costantino di Briatico; la traduzione è: «Ce lo ha mandato Dio, cari fratelli», «I piccini che erano lattanti / Sono rimasti con la lingua in mezzo ai denti».

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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4 risposte a I ruderi di Briatico vecchia. Quarta tappa

  1. anonimo ha detto:

    ma alla fine ci sei arrivato dentro briatico vecchio? Cmq il tizio di briatico ti ha portato dalla strada sbagliata(sarà stata la fame), per andare a briatico vecchio c’è una strada percorribile in auto fino a sotto la collina dove sorgono i ruderi, poi da lì si sale a piedi attraverso una mulattiera, se ci torni passa da lì è più suggestivo…Antonio

  2. ggugg ha detto:

    Caro Antonio, purtroppo i ruderi li ho visti solo dalla collina di fronte, mi sono fidato dell’indicazione che ho ricevuto… In ogni caso è stata un’esperienza fortemente suggestiva: sono rimasto a contemplare quel paesaggio, a “sentirmici parte”, per almeno due ore.
    La prossima volta mi ci accompagni tu?
    Ma come faccio a contattarti, chi sei?

  3. ggugg ha detto:

    Mi affeziono ai luoghi e quando li vivo con intensità poi mi sembra di farne un po’ parte. E allora anche se non c’entra nulla coi ruderi, col senso del tempo, con la religiosità popolare, col paesaggio dello Stromboli e così via, aggiungo a questo post una notizia che mi ha addolorato: il grande flagello mafioso della Calabria odierna ha colpito ancora. Proprio a Briatico.

    Fedele Scarcella, 71 anni, aveva denunciato i suoi estorsori. Il corpo carbonizzato trovato sulla spiaggia

    Calabria, ucciso per vendetta un agricoltore anti-racket

    Briatico (Vibo Valentia) – Potrebbe essere riconducibile ad una vendetta del racket delle estorsioni l’omicidio dell’agricoltore Fedele Scarcella, di 71 anni, il cui cadavere carbonizzato è stato trovato dai carabinieri nei pressi della spiaggia di Briatico, nel vibonese.
    Il cadavere dell’uomo è stato trovato dopo una segnalazione anonima giunta ai carabinieri di Briatico i quali nei pressi della spiaggia hanno trovato una Fiat Punto in fiamme. Vigili del fuoco e carabinieri hanno spento le fiamme e all’interno del mezzo, tra i sedili posteriori e quelli anteriori, hanno trovato il cadavere dell’agricoltore. Il corpo è stato portato nell’obitorio dell’ospedale di Vibo Valentia dove sono stati compiuti diversi accertamenti per l’identificazione. Attraverso la comparazione delle impronte digitali e con altri elementi raccolti i carabinieri sono riusciti a risalire all’identità della vittima.
    L’uomo era uscito ieri pomeriggio dalla sua abitazione dove non era più rientrato. Dopo il ritrovamento del cadavere i carabinieri hanno compiuto numerose perquisizioni e controlli nei confronti di persone con precedenti penali del vibonese e nella zona del reggino. Gli investigatori hanno sentito anche familiari ed amici dell’agricoltore per ricostruire i suoi ultimi spostamenti e per verificare se recentemente aveva ricevuto minacce. Sulla dinamica dell’omicidio gli investigatori attendono l’esito dell’autopsia che dovrà accertare se Scarcella è stato ucciso prima che venisse incendiata l’automobile all’interno della quale è stato trovato il corpo.
    La vittima, secondo quanto si è appreso, era residente a Gioia Tauro dove fu vittima di numerosi danneggiamenti ed estorsioni. Nel 1998 decise di denunciare quanto gli stava accadendo ed i carabinieri arrestarono due persone. Nel 2000 l’agricoltore decise di trasferirsi nella zona del vibonese dove era proprietario di alcuni terreni. Dopo la denuncia dei suoi estorsori Scarcella ottenne anche il risarcimento da parte del fondo antiracket ed ora era socio dell’associazione ‘Sos Impresa’ della Confesercenti di Reggio Calabria. “La barbara uccisione di Fedele Scarcella – è scritto in una nota dell’Associazione Sos Impresa di Reggio Calabria – ci addolora e di indigna. Da anni era in prima linea nella lotta contro il racket e l’estorsione in Calabria. Esprimiamo innanzitutto il nostro cordoglio alla famiglia con cui condividiamo il dolore per la sua scomparsa”.
    “Una lunga e solidale attività – conclude la nota – ci legava all’imprenditore caduto vittima del racket, delle prepotenze, operate dalla criminalità organizzata”.

    12 giugno 2006, Repubblica.it
    http://www.repubblica.it/2006/06/sezioni/cronaca/racket-calabria/racket-calabria/racket-calabria.html

  4. Pingback: Località abbandonate dopo una catastrofe | Paesaggi vulcanici

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