Sì che cambierà, vedrai che cambierà

«Mira querida mira el sol de inverno, / en esta tierra es una lampa sin luz. / Sueña querida sueña el tiempo pasado, / en nuestra kasa la primavera es ya. / Canta querida, canta la mansevez, / es una vez y no torna atras»

«Ti ricordi della “Casa Arcobaleno” [*], del Golani Junction e del monte Tabor?», mi chiedono Véronique e Amir.
I miei due fraterni amici franco-israeliani ormai sono gli unici che con ostinazione e orgoglio mi scrivono lettere cartacee, che io conservo gelosamente: «siamo andati a salutare quei luoghi e quelle persone, e ti abbiamo pensato».
La Galilea in questo periodo dell’anno è un splendore: «Ci siamo stupiti davanti a praterie di fiori selvatici, anemoni rosse, ciclamini rosa, lupini blu, salvie violette… Abbiamo fatto una piccola visita alla chiesa delle Beatitudini e anche una passeggiata nelle gole del fiume Zavitan: te le ricordi?».
Il 14 agosto 1999 scrissi sulla mia agenda: «Ci sono momenti che non posso interrompere. Ora non posso mettermi a descrivere l’incredibile posto in cui mi trovo, oppure l’emozione che vedo sul volto degli altri nello scendere nel canyon qui sotto, oppure quel che mi fa venire in mente il volo delle aquile proprio sopra la mia testa… non posso interrompere questo sogno: devo viverlo. Magari lo racconto dopo, quando mi sveglio».
Poi non l’ho più raccontato, ma quella giornata e quel paesaggio e quegli amici li ho ancora davanti agli occhi: ricordo tutto, ricordo tutti.
Ogni tanto Véronique e Amir tornano da quelle parti, adesso con i loro piccoli Michaël e Raphaël. Ed ogni volta mi scrivono una lettera, come questa di qualche giorno fa, che porta con sé un’emozione che ha la forza di rinnovare le mie. Lo stupore che hanno provato dinanzi alla primavera della natura in quella magnifica terra mi porta a sperare che domani possa iniziare anche una primavera politica e sociale: tra poche ore cominciano le elezioni per eleggere la diciassettesima Knesset d’Israele, e la pace che un giorno assolutamente arriverà, sarà passata anche per il… 28 marzo 2006

PS:
1. Lo so che anche noi abbiamo le nostre (per di più belle infuocate), ma se volete avere maggiori dettagli sulle elezioni israeliane: PaceInMedioriente e Knesset (en).
2. La citazione iniziale è il testo di “Trokar kazal, trokar mazal” dei KlezRoym (in “Scenì”, 2000), che vuol dire “cambiare paese, cambiare destino” (questa la traduzione: «Guarda, amore, guarda il sole d’inverno / in questa terra è un faro senza luce. / Sogna, amore, sogna il passato, al nostro paese è già primavera. / Canta, amore, canta la giovinezza, viene una volta sola e non torna mai più»).
3. Il titolo del post, naturalmente, lo devo a Franco Battiato.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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10 risposte a Sì che cambierà, vedrai che cambierà

  1. anonimo ha detto:

    non ho parole per descrivere la bellezza emotiva, per me, di questo post. Grazie

    Guglielmo

  2. SempreLontano ha detto:

    Mi viene in mente Ugo Foscolo…”Facciamo tesoro di ricordi cari e soavi i quali ci destino, negli anni che ancora lunghi e tormentati ci avanzano, le memorie che non siamo sempre vissuti nel dolore”.

    SempreLontano

  3. TYTTY_ ha detto:

    😦
    bellissimo post..ma triste per me…

  4. anonimo ha detto:

    cosa siamo senza la nostra memoria? la nostra storia che s’intreccia a quella degli altri… disegna il nostro territorio,l’ambiente caldo degli affetti. è molto emozionante questo post ed ha riportato un ricordo anche a me…quel pomeriggio alla stazione, un bacio dato in fretta al pancione di veronique, mentre il treno ripartiva

  5. ggugg ha detto:

    Lo ricordo anch’io quel tuo bacio.
    Fu molto bello.

  6. ggugg ha detto:

    L’iraniano Ahmadinejad insulta
    I palestinesi di Hamas minacciano
    Gli Hezbollah libanesi provocano e uccidono
    L’esercito d’Israele bombarda e devasta.

    E le vittime sono sempre le stesse.

    Speravo nell’arrivo della primavera. Pare che invece sia giunto un nuovo lunghissimo inverno.

  7. ggugg ha detto:

    David Grossman su “La Repubblica” di ieri, venerdì 14 luglio 2006:

    “Israele ha lanciato una controffensiva, e ha il pieno diritto di farlo. Il violento attacco di Hezbollah contro decine di pacifici villaggi e paesi israeliani è ingiustificabile.
    Nessuna nazione al mondo potrebbe tacere e abbandonare i propri cittadini al loro destino dopo aver subito l’attacco di uno Stato vicino, sferrato peraltro senza alcuna provocazione da parte sua.
    Sei anni fa Israele si è ritirato dalle zone occupate in Libano nel 1982, rientrando nei propri confini internazionali. L’Onu ha accolto con favore quel ritiro, ratificando la fine dell’occupazione e riconoscendo che il contenzioso sui confini tra Israele e Libano era risolto. Ma subito dopo il ritiro il movimento Hezbollah ha cominciato a violare ripetutamente la risoluzione dell’Onu occupando posizioni prossime alla linea di frontiera, contestando la legittimità del confine in una piccola zona (quella delle cosiddette Fattorie Shaba) e accrescendo la propria forza militare con l’aiuto di Siria e Iran.
    Per anni il governo libanese ha fatto di tutto per sottrarsi a uno scontro frontale con Hezbollah che nel frattempo costruiva nel sud del Libano una rete di postazioni fortificate e depositi di armi e munizioni, fra cui missili in grado di penetrare in profondità nel territorio israeliano. Israele, intenzionato a non mettere a ferro e fuoco il confine, si è sforzato di evitare scontri con i militanti di Hezbollah e come risultato si è creata una situazione insostenibile in cui in Libano, Stato sovrano, un’organizzazione definita dall’Onu «terroristica» agisce indisturbata lanciando di quando in quando attacchi contro Israele.
    L’aggressione di tre giorni fa rende ancora più evidente il fatto che il governo libanese e l’Autorità palestinese mantengono un atteggiamento problematico ed equivoco nei confronti di Israele.
    Entrambi agiscono in maniera contraddittoria: da un lato, in ambito politico, seguono canali diplomatici e mostrano moderazione, dall’altro proclamano di possedere completa libertà di azione e fanno uso dell’arma del terrorismo per colpire civili e invocare apertamente, con retorica razzista, l’annientamento dello stato di Israele. Tale ambivalenza è, fra le altre cose, una della difficoltà che impediscono a Israele di raggiungere un accordo stabile con questi suoi vicini. E anche il motivo principale per cui la stragrande maggioranza degli israeliani – tra cui anche molti sostenitori della pace – negli ultimi anni ha perso fiducia nelle intenzioni dei rappresentanti più moderati degli Stati arabi.
    Oggi Israele ha sferrato una controffensiva in Libano perché questo Stato è il padrone di casa di Hezbollah ed è dal suo territorio che partono i razzi Katiusha diretti a colpire le città e i villaggi israeliani. Membri di Hezbollah siedono nel Parlamento libanese e partecipano alle decisioni politiche di questo Stato. I danni che Israele infligge alle infrastrutture libanesi sono ingenti e non si può che provare rammarico e angoscia per i residenti di Beirut, di Sidone e di Tripoli costretti a pagare il prezzo degli errori e dell’impotenza del loro governo. Anche in un momento come questo Israele deve fare di tutto per non colpire innocenti. C’è forse però qualche cittadino libanese che non capisce che i guerriglieri di Hezbollah hanno cinicamente creato una situazione nella quale Israele non ha altra scelta che reagire con la forza a una provocazione tanto sfacciata?
    L’intenzione dello Stato ebraico non è solo rispondere all’aggressione di Hezbollah ma creare una nuova realtà lungo la frontiera con il Libano, allontanando i guerriglieri di questo movimento che attentano ripetutamente alla sicurezza dei suoi cittadini e dell’intera regione.
    Tale obiettivo è logico e giustificato, per quanto la possibilità che possa essere raggiunto sia minima e i pericoli siano grandi.
    Negli ultimi decenni Israele si è ripetutamente impantanato in campagne militari in Libano senza mai riuscire a raggiungere gli obiettivi che si era posto. Come è noto anche i precedenti tentativi di «modellare» una realtà araba conforme agli interessi di Israele sono falliti (e oggi anche il presidente Bush può direttamente testimoniare della dubbiosa efficacia di tali tentativi). Una seconda complicazione deriva dal fatto che Israele è costretto ad aprire un secondo fronte di combattimenti nel nord del Paese, parallelamente a quello cruento – e molto più problematico da un punto di vista morale – già esistente nella striscia di Gaza.
    Il sanguinoso attacco di Hezbollah rischia di far precipitare il Medio Oriente in una situazione disperata, i cui contraccolpi potrebbero scuotere i regimi moderati e anti-fondamentalisti di Giordania, Egitto e Arabia Saudita, nazioni preoccupate della piega presa dagli eventi non meno di Israele e degli elementi moderati del governo libanese e dell’Autorità Palestinese. D’altro canto, però, l’attuale scoppio di violenza potrebbe anche portare i Paesi coinvolti nel conflitto mediorientale a ricordare che questo conflitto racchiude un tremendo potenziale di distruzione e che essi si trovano in una trappola da cui l’uso della forza e la violenza non li aiuterà a uscire. Forse questa comprensione, che forse ora si risveglierà con nuova forza e asprezza, li costringerà finalmente a sedersi al tavolo delle trattative e a porre fine, mediante un negoziato, ai problemi e alle divergenze.
    In Israele, e anche nella vivace e occidentalizzata Beirut, molti già volevano credere di non essere ormai più parte del conflitto mediorientale. Disperati dalle tendenze sanguinose, integraliste e distruttive presenti nella regione, si erano costruiti una sorta di bolla fatta di comodità, di piaceri e di fuga dalla realtà. In Israele molti sono riusciti a rimuovere efficacemente dalla propria coscienza persino il sanguinoso conflitto con i palestinesi della striscia di Gaza, i missili Qassam che cadevano nel sud del Paese e la sofferenza della popolazione palestinese in seguito alle rappresaglie israeliane. I recenti eventi lungo la frontiera libanese hanno dato a noi tutti una scossa, portando i combattimenti sulla soglia delle nostre case e rammentandoci di quali materiali è fatta la vita in questa regione”.

  8. ggugg ha detto:

    Negli ultimi tempi Sara ed io ci siamo scambiati scarne, ma intense e-mail. Entrambi siamo in ansia per la guerra in Libano ed Israele. Lei ha vissuto a lungo a Beirut, lì ha lavorato, ha gioito, ha provato nostalgia, lì ha ricordi, ha amici, ha un pezzo di vita che rischia di crollare sotto i bombardamenti dell’esercito israeliano. Io invece ricordo Haifa, Acco, Nazareth, Afula, tutte città sul fronte opposto in cui ho passeggiato e sognato. Ci ripenso tanto, un po’ per una questione di anniversari, un po’ per le tante pagine dedicate alla crisi che ogni giorno leggo sui giornali. E mi tornano in mente i bunker disseminati nel mio kibbutz ai piedi del monte Tabor: i miei amici non vi passavano una notte da anni, ma ora vi scendono spesso per sfuggire ai razzi hezbollah. Nel ’99 vi entrai una sola volta per una festa che avevamo organizzato noi volunteers insieme ai ragazzi del posto.

  9. ggugg ha detto:

    I Libri Sacri sono testi straordinari e affascinanti, ma anche molto delicati perché – potenzialmente – pericolosi. Penso, ad esempio, alla strumentale lettura che ne fanno i sostenitori della sharia islamica, oppure all’ossessivo rispetto di taluni precetti da parte degli ebrei più ortodossi, ma penso anche alle (per me stupefacenti) interpretazioni letterali dei cristiani creazionisti e di tanti altri tradizionalisti. Sono convinto che la grande maggioranza dei lettori – devoti o meno – del Corano, della Torah, della Bibbia o dei Vangeli sappia che le parole e i concetti che vi sono contenuti furono scritti secoli e secoli fa, cioè in contesti molto diversi da quelli attuali e con sensibilità a volte profondamente differenti da quelle che ci ispirano oggi. Tuttavia resto sempre molto turbato quando mi imbatto in passi da cui traspare la violenza di Dio (o meglio, quella che gli invocano taluni uomini). Mi rendo conto che secoli fa la potenza e la grandezza del proprio Dio potesse essere individuata nella sconfitta militare del nemico, e che le conseguenti preghiere esaltassero tali gesta, ma – mi domando – è proprio necessario ripeterle ancora oggi? Non si potrebbe istituire una commissione che ne faccia una traduzione meno esplicita? Non so, ma vi sembra ammissibile che tra le Lodi Mattutine cattoliche (lunedì della prima settimana) vi sia questo passo del Salmo 28?

    «…Il Signore tuona con forza, / tuona il Signore con potenza. / Il tuono del Signore schianta i cedri, / il Signore schianta i cedri del Libano. / Fa balzare come un vitello il Libano / e il Sirion come un giovane bufalo…».

  10. ggugg ha detto:

    Periodicamente ricevo la newsletter dell’Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Israele in Italia. L’ultima, qualche giorno fa, diceva che sabato 12 agosto Uri Grossman, secondogenito di David Grossman, è morto in Libano durante un’incursione militare dell’esercito israeliano. Per ricordarlo mi hanno mandato un racconto di suo padre: “Che strano fratello!” (pubblicato in Italia da Mondadori nella raccolta “Un bambino e il suo papà”, tradotto dall’ebraico da Elena Loewenthal e Giorgio Voghera).

    CHE STRANO FRATELLO!
    Papà fa il bagno a Itamar nella vasca. Si siede vicino a lui su uno sgabello e gli insapona la schiena. E nel frattempo parlano di cose molto interessanti.
    Ad esempio: che cos’ha nella pancia la mamma di Itamar?
    La mamma di Itamar ha il pancione.
    È incinta.
    Itamar dice: «Ma cosa uscirà dalla pancia della mamma?»
    E papà dice: «Sarebbe proprio tanto, tanto interessante saperlo. Ma che cosa vorresti che uscisse da lì, Itamar?»
    Itamar pensa e poi pensa ancora e dire: «Forse dalla sua pancia uscirà un pallone per giocare a calcio?»
    «Un pallone?» si stupisce papà. «Vuoi un fratello pallone?»
    «Sì, sì!» ride Itamar e batte l’acqua con la mano. «Avrò un fratello pallone! Un fratello piccolo, rotondo e grasso che potrò lanciare fino al cielo!»
    «Ma forse gli farà male» dice papà.
    «Forse» dice Itamar. «Allora forse è meglio di no. Forse è meglio che da quel pancione esca un fratello di cioccolata.»
    «Un fratello di cioccolata?» ride papà. «E che forma avrà questo fratello di cioccolata?»
    «La forma di un gatto» dice Itamar. «Mi piacciono molto i gatti di cioccolata. Avrò un fratello dolce, gli vorrò molto bene.»
    «E che cosa fari al tuo fratello di cioccolata» chiede papà, un po’ preoccupato.
    «Lo leccherò piano piano fino a consumarlo tutto» dice Itamar.
    «E non resterà proprio nulla?» chiede papà.
    Itamar pensa e poi pensa ancora, e dice: «Lascerò la carta che lo avvolge, è bella, d’oro.»
    «Forse non sarà tanto d’accordo» dice papà. «Bisogna che pensi a qualcos’altro.»
    «Bene» dice Itamar, e pensa a qualcos’altro: «Oh! Forse da quella pancia uscirà un fratello leone!»
    «Un fratello leone?» si stupisce papà. «Che te ne farai di un fratello leone?»
    «Avrò un fratello leone!» grida Itamar e fa schizzare l’acqua in alto. «Avrò un fratello leone con la criniera e un bottone in fondo alla coda! E ogni mattina mi ruggirà “Buon giorno!” e andrò alla scuola materna sulla sua groppa, e tutti avranno paura di noi e diranno “Come sono forti quei due fratello, quando sono insieme! Come sono coraggiosi!”»
    «Ottima idea!» dice papà. «E gli darai anche tutti i tuoi giocattoli, non è vero?»
    «Cosa?» dice Itamar. «No, non sono d’accordo!»
    «Ma forse un leone così grande vorrà prendere i tuoi giocattoli, ed è piuttosto pericoloso far arrabbiare un leone. Che te ne pare?»
    E Itamar subito: «Forse non è il caso che il mio fratello piccolo sia troppo grande e forte, non è vero? Se fosse così forte, sarebbe molto difficile badare a lui!»
    «Certamente» dice papà. «Meglio pensare a un fratello piccolo un po’ più piccolo.»
    «Allora, forse, chissà!» dice Itamar. «Potrei avere un fratello coniglio.»
    «Un fratello coniglio» chiede papà. «Che te ne fai di un fratello così?»
    «Lo farò crescere» dice Itamar. «Gli darò da mangiare la crosta del pane, che non mi piace, e il rosso dell’uovo, tanto non mi piace nemmeno quello. I conigli amano molto il rosso dell’uovo.»
    «E dove lo terrai?» domanda papà.
    «Nella mia stanza» dice Itamar. «Non è mio fratello? E i fratello vivono insieme nella stessa stanza.»
    Papà approva: «Giusto! Vedo che sai come vivono i fratelli.»
    «Vivrò con me nella mia stanza» spiega Itamar. «Lo terrò in una gabbietta e farò attenzione che non esca e non scappi, perché fuori è molto pericoloso, per i conigli.»
    «E pensi che vorrà stare sempre chiuso in una gabbia?» chiede papà.
    «Forse sì» dice Itamar.
    «Forse no» dice papà, e intanto insapona Itamar sul collo e dietro le orecchie.
    «Allora forse è meglio che da pancione della mamma esca un bambino» dice Itamar.
    «Forse» dice papà.
    «E mi vorrà bene?» chiede Itamar.
    «Certo» dice papà. «Non sarai suo fratello?»
    Itamar è immerso nei suoi pensieri e traccia sull’acqua tanti piccolo, graziosi cerchi.
    «Bene» dice. «Sono d’accordo che mio fratello sia un bambino. Forse è davvero la cosa migliore, perché da un fratello pallone di calcio può uscire l’aria, e un fratello di cioccolata finisce presto, e un fratello coniglio comunque non sa fare nulla.»
    «Bene» dice papà. «Ora vieni che ti metto a letto.»
    Papà avvolge Itamar nel grande asciugamano e si mettono a fare il solito gioco.
    Papà dice: «Oh, oh, mi è arrivato un grande pacco dal Messico e quelli del Messico dicono che mi hanno mandato una volpe!»
    E Itamar, da dentro l’asciugamano, imita la voce di una volpe minacciosa, che fa paura.
    Il papà depone l’asciugamano con la volpe sul letto, e improvvisamente la volpe che è dentro l’asciugamano si mette a parlare e dice: «Papà, allora dì alla mamma che dev’essere un fratello bambino, va bene?»
    «Benissimo» dice papà, e comincia a cullare la piccola volpe avvolta nell’asciugamano e tutti e due ridono come tutte le sere, quando Itamar va a letto.

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