Gjaku joni i’shprishur

«Eravamo appena usciti fuori del villaggio che già il loquace vecchio aveva portato felicemente la conversazione sul grande eroe nazionale Skanderbeg. Egli parlava con tale entusiasmo e con tale chiarezza delle gesta di questo eroe degli albanesi che si sarebbe potuto credere che il vecchio cantore fosse stato lo scudiero dell’eroe in tutte le sue dure battaglie contro i turchi» [Raymund Netzhammer, “Tra gli Albanesi di Calabria” (1905), 2003]

Ha lo sguardo deciso e fiero, il busto di Giorgio Kastriota Skanderbeg nella piazza principale di Lungro, paesino della provincia di Cosenza sul versante meridionale del Pollino. Indossa un elmetto da guerriero invincibile, così ricco di simboli che lo fa sembrare un personaggio uscito da una saga di Tolkien. Il suo volto è diretto al Duomo di San Nicola di Mira, l’altro grande monumento del paese, quasi come se i due elementi fondamentali dell’identità lungrese si parlassero ininterrottamente: il «da dove veniamo» e il «come vediamo il mondo» sono in costante rapporto tra loro, anche nel disegno urbanistico.
Skanderbeg è l’ardito eroe nazionale albanese che nel XV secolo prima difese la sua patria dall’invasione turca e poi corse in aiuto di Ferdinando re di Napoli assediato dai ribelli. L’avanzata ottomana, però, ricominciò inesorabile dopo la sua morte (1468) e a riconoscenza per l’aiuto ricevuto, re Ferdinando concesse ai fuggiaschi albanesi (una vera e propria diaspora) di riparare nel proprio regno. Da oltre mezzo millennio, dunque, il Sud Italia (e in particolare la Calabria del Pollino e della Sila) è abitato da colonie di Arbëreshë (italo-albanesi) che – per una di quelle dinamiche storico-antropologiche che tanto mi stupiscono e affascinano – hanno mantenuto pressoché intatta la propria cultura continuando a parlare un idioma di 500 anni fa, oggi studiato dai principali linguisti albanesi.
Il Duomo di San Nicola di Mira, invece, è uno dei più importanti centri italiani di rito greco-cattolico [ovvero greco-bizantino; gli altri sono a Piana degli Albanesi (PA) e al Monastero di Santa Maria di Grottaferrata (RM)], in quanto sede di un’eparchia (diocesi delle chiese orientali) che ha giurisdizione su circa 33.000 fedeli [qui], istituita da papa Benedetto XV nel 1919: «I fedeli cattolici di rito greco, che abitavano l’Epiro e l’Albania, fuggiti a più riprese dalla dominazione dei turchi, emigrarono nella vicina Italia, ove, accolti con generosa liberalità si stabilirono nelle terre della Calabria e della Sicilia, conservando, come del resto era giusto, i costumi e le tradizioni del popolo greco, in modo particolare i riti della loro Chiesa, insieme a tutte le leggi e consuetudini che essi avevano ricevute dai loro padri ed avevano con somma cura ed amore conservate per lungo corso di secoli. Questo modo di vivere dei profughi albanesi fu ben volentieri approvato e permesso dall’autorità pontificia, di modo che essi, al di là del proprio cielo, quasi ritrovarono la loro patria in suolo italiano».
Domenica mattina è stato come un viaggio nel tempo assistere ad una messa celebrata in greco, arbëreshë e italiano, in cui solenni litanie e gesti carichi di simbolismo evocavano un’intensità sacrale che non ho mai riscontrato nel rito latino.
La potenza espressiva delle icone e dei mosaici di stile bizantino, la luce tenue di quei templi e le iscrizioni greche tutt’intorno mi rapiscono e mi riportano ad un passato arcaico, e forse originario, che anni fa ho scoperto – come una rivelazione – al monastero di Saint Jean du Désert fuori Gerusalemme e a quello di Cantaque ai piedi dei Pirenei francesi: luoghi che la suggestione del cristianesimo orientale trasforma in isole atemporali dove potersi rifugiare dalla schizofrenia del quotidiano.

«Una caratteristica importante, e forse un pregio, degli Italiani è la molteplicità e la differenza» [Gian Luigi Bravo, “Italiani. Racconto etnografico”, 2001]

PS:
1. La traduzione del titolo di questo post è: «Il sangue nostro sparso», ovvero la diaspora. Due elenchi di colonie italo-albanesi sono qui e qui (.doc).
2. Per approcciarsi alla cultura italo-albanese suggerisco di visitare prima dei siti web come Arbëreshë, Arbitalia, Jemi, Mondo Arberesco, poi alcuni musei locali. Di seguito, invece, segnalo due link con informazioni e foto su Lungro.
3. Su Google Video è possibile vedere e scaricare Skanderbeu, un film sovietico-albanese (1954, regia di Sergei Yutkevich, 1h 58min): qui. Su YouTube, invece, c’è sia il trailer dellamericano The Age of  Scanderbeg (qui) che un documentario (en) di 4 minuti sull’eroe albanese (qui).
4. La citazione all’interno del post è tratta da «Lajme/Notizie», bollettino dell’Eparchia di Lungro, anno XVI, n. 3, sett.-dic. 2004, p. 38.

PPS:
In Italia il termine “etnia” viene usato solo per connotare gli Altri, spesso utilizzando la parola “minoranza” (nel nostro Paese ne sono presenti una dozzina). Ma la cosiddetta maggioranza a quale o a quali etnie appartiene? Voi, ad esempio, a quale tradizione culturale (intendo questo per “etnia”) sentite di far parte?

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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3 risposte a Gjaku joni i’shprishur

  1. LAfricanA ha detto:

    Come al solito riesci a scovare gli angoli del mondo più nascosti e silenziosi e a farli parlare,
    e come al solito riesci a stupire per la profondità e la sensibilità delle tue narrazioni.
    Complimenti!
    E grazie per questo bel post.

  2. RainingCats ha detto:

    assolutamente affascinante si!
    poi a carnevale i paesi devono essere uno più bello dell’altro!
    Lungro poi è il centro del mondo 🙂

    avevo pensato anche io di scrivere qualcosa… mumble mumble

    grazie per essere passato.
    tornerò.

    ciao
    Rc

  3. ggugg ha detto:

    Dalle pagine napoletane di “Repubblica” di oggi, giovedì 25 maggio 2006:

    IL PARADOSSO DI GRECI. IL PAESE DELLE DUE LINGUE

    di Valerio Petrarca

    Nelle case e nelle strade di Greci, un paese di quasi mille abitanti in provincia di Avellino, si parla una lingua albanese, l’arbereshe, da circa cinquecento anni, da quando l’area è stata raggiunta da popolazioni provenienti dall’Albania. Quest’isola linguistica e culturali (Greci è l’unica comunità alloglotta della Campania) non è frutto di isolamento. E’ piuttosto l’esito di una storia che si è svolta lungo frontiere simboliche, e dunque dinamiche, tra grecesi e non grecesi, fra desiderio di assimilazione e desiderio di distinzione. Il compromesso linguistico di questa volontà di resistere come grecesi e come italiani è la diglossia: l’uso dell’arbereshe, nei contesti familiari e tradizionali, e l’uso dell’italiano in quelli normativi e istituzionali. Ciò significa che già a Greci lingua e cultura locale e lingua e cultura nazionale non hanno avuto ovviamente la stessa forza e lo stesso prestigio. Così è stato per secoli. Poi nel dicembre del 2004 le cose sono cambiate.
    E’ stata pubblicata una legge regionale, la numero 14, che in sostanza mette pressoché sullo stesso piano, a Greci, lingua e cultura nazionale e lingua e cultura locale. La legge promuove, per esempio, l’insegnamento dell’arbereshe, insieme con quello dell’™italiano, nelle scuole dell’™obbligo; sollecita l’™uso scritto della lingua locale; offre mezzi per produrre e conservare documenti dei beni culturali tradizionali (testi orali cantati e non cantati, forme di vita e di lavoro, usi rituali, cultura materiale); individua nell’™azione coordinata di Regione, Provincia e università della Campania le risorse finanziare e intellettuali che devono ispirare questa nuova relazione tra istituzioni centrali e istituzioni locali.
    Vista nello spirito delle norme europee contemporanee, questa legge di difesa di una minoranza è un atto dovuto. Considerata però sul metro di mezzo millennio di storia locale, la stessa legge appare come un fatto storico letteralmente rivoluzionario, tanto che giustamente è diventata occasione di un convegno a due anni dalla sua pubblicazione, che si è svolto a Greci recentemente.
    Perché i grecesi quando andavano a scuola, qualche anno fa, si vergognavano della lingua parlata a casa, mentre oggi trovano o troveranno maestri e professori che vogliono loro insegnare l’™arbereshe, proprio ora che anche in famiglia quasi non lo si parla più? Perché, in questi come in altri casi, dopo secoli di indifferenza o di disprezzo, le istituzioni e le accademie centrali si prendono cura delle culture periferiche proprio quando la loro resistenza sembra affievolirsi, quando la tensione colonizzatrice e livellatrice della cultura dominante sembra sul punto di compiersi definitivamente?
    Questa inversione di tendenza è il risultato dell’intreccio di due dimensioni dell’accadere: quella che si basa sulla buona volonta dei singoli, che si sono fatti interpreti di un diritto e promotori e promulgatori della legge a favore di una minoranza, e quella che si basa sulle grandi maree della storia, su forze che agiscono nella società nella consapevolezza come nell’inconsapevolezza dei singoli. E sono queste forze che vanno interpretate, organizzate e orientate dall’™azione politica. Un bosco, per esempio, è sempre un bosco, quale che sia l’epoca in cui lo osserviamo, ma diventa ora simbolo di inciviltà ora simbolo di civiltà a seconda della relazione che si stabilisce tra la vita urbana e la vita rurale, tra centro e periferia. E così succede per tutto il resto, per le usanze, le parlate, i fatti della vita spirituale e materiale. Ciò significa che centro e periferia, anche solo per autoconcepirsi, hanno bisogno l’uno dell’altra.
    La legge regionale per Greci, oggi che le tradizioni locali sono diventate un bene culturale ed economico, è dunque un’opportunità per tutti, per i grecesi e i non grecesi. La sfida però non avviene né a Napoli, né a Roma, né a Bruxelles, ma a Greci. Se non si vuole trasformare l’area in una riserva umana, in una mummificazione delle esistenze a beneficio dei turisti, si tratterò di concepire un’azione che coniughi i fatti tradizionali e locali con quelli moderni e mondiali, la memoria del passato, documentabile attraverso l’indagine linguistica, storica e antropologica, con le prospettive dell’avvenire. Tutti i sentimenti sono legittimi (anche la nostalgia per un mondo creduto al tramonto e di cui si selezionano i lati positivi), ma i sentimenti individuali non agiscono nella vita sociale se non si trasformano realisticamente in azione civile. Questa sfida non potrà essere vinta dai grecesi e dai non grecesi se la predilezione che gli uni e gli altri dichiarano per Greci e il suo territorio non si concretizzerà in investimenti di vita, giacché le lingue e le tradizioni sono beni culturali che possono essere sì documentati scientificamente, ma vivono della vita di chi le parla e di chi le interpreta. Possono iterarsi a Greci solo se il numero dei nuovi nati, in un territorio di emigrazione, non sarà inferiore a quello di chi vi muore
    .

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