Como como este! [Adesso adesso è!]

In questo momento – come ogni anno, da secoli, nel giorno di Sant’Antoni de su O’u – nei rioni di Mamoiada (in Barbagia) si stanno accendendo dei falò, e probabilmente sta anche facendo piuttosto freddo lì ai piedi del Supramonte. Di certo alcuni ragazzi hanno allestito delle cucine nei garage per offrire salsicce e canonau ai visitatori, e non escludo che in un angolo qualcuno stia cantando a tenores e che un simpatico burlone stia sbeffeggiando lo stereotipo del bandito sardo “rapendo” goffamente gli amici che incontra lungo corso Vittorio Emanuele.
Sono altrettanto sicuro, poi, che ora stia calando un silenzio irreale e che un suono cupo e pesante vada imponendosi nell’aria: diventa via via più forte, si avvicina.
Da quel vicoletto laggiù stanno spuntando degli esseri spaventosi schierati l’uno dietro l’altro, come in processione. Avanzano lenti, ma inarrestabili. Ogni tanto fanno un saltello come in una danza, e tutto trema.
Hanno la faccia nera e mostruosa, dura e triste [è la
bisera, una maschera di legno]. Sono ricoperti di pelo [indossano la mastruca, una casacca di pelle ovina], portano la berretta sarda e un foulard femminile, e sulla schiena hanno decine di campanacci di varie dimensioni [sonaddos e campaneddas ladas].
Sono i
mamuthones, l’esempio più evidente di trasformazione carnevalesca che mi sia capitato di osservare: la rappresentazione dell’uomo ridotto al livello di bestia, sia nelle azioni che nelle sembianze.
In questa schiera di dannati ogni tanto si fanno spazio gli
issohadores, delle figure eleganti e colorate che – conducendo la processione – hanno il compito di “esorcizzare” gli indemoniati e di catturare i passanti con la soka, una fune di cuoio.
Stasera l’amara antica autoironia dei pastori barbaricini sulla propria condizione di vita quotidiana riprende dunque la sua annuale rappresentazione: una metafora di riscatto sociale che Luigi Maria Lombardi Satriani riconduce alla «
esigenza di trascendimento del limite connaturato alla condizione umana».


«
E se vuoi un Carnevale che non ce n’è un altro sulla terra, / vattene a Mamoiada / vedrai l’armento con maschere di legno, / l’armento muto e prigioniero, / i vecchi vinti, / i giovani vincitori, / un Carnevale triste, / un Carnevale delle Ceneri, / storia e misura di ogni giorno, / gioia condita con un po’ di fiele e aceto, / miele amaro»
[Salvatore Cambosu]


PS:
1. Alcune fotografie dello scorso carnevale mamoiadino (osservato in compagnia della cara amica Gegé) sono nella cartella “
Carnevali tradizionali” del mio album.
2. Un bel libro sul carnevale barbaricino è “
Maschere” del fotografo Piero Pes [Stampacolor, Sassari 2000], con due saggi interessanti di Caterina Ortu e Maria Margherita Satta (da cui ho tratto la citazione di Lombardi Satriani). Su YouTube c
i sono i primi 2 minuti di un documentario francese sui Mamuthones.
3. A
questo indirizzo potetete visionare il programma delle manifestazioni del carnevale che comincia oggi.
4. Notizie su Sant’Antonio Abate, la cui festa – appunto – dà oggi il via alle manifestazioni in maschera del nuorese, sono su
Wikipedia.
5. Le associazioni locali che organizzano le sfilate dei
mamuthones sono un paio, una è qui.
6. Estremamente interessante, poi, è il piccolo e grazioso
Museo delle Maschere Mediterranee, con una bellissima multivisione all
inizio del percorso espositivo.
7. Infine, la poesia di Salvatore Cambosu che chiude il post si intitola “
Miele amaro” e l’ho trovata su questa pagina.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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