Il mosaico del Bosforo

«Sono trentatrè anni che conto le navi che passano su e giù per il Bosforo. Le petroliere rumene, gli incrociatori sovietici, i pescherecci che vengono dalla Trebisonda, il ricognitore sovietico, l’elegante transatlantico italiano, le navi che trasportano carbone, il piccolo mercantile registrato a Varna, navi da carico scrostate, malmesse e piene di ruggine, di paesi e bandiere incerti. Ma non conto tutto: non conto i soliti traghetti delle Linee Urbane che portano donne con la reticella per la spesa che tornano dal mercato e tristi passeggeri distratti che vanno da un angolo all’altro di Istanbul fumando e bevendo tè e non conto neanche il transatlantico americano che, appena arrivato sul Mar Nero, si guarda timidamente attorno per un attimo per poi tornare subito indietro, carico di turisti che vorrebbero divertirsi ma non osano farlo» [Orhan Pamuk]

Quattro giorni non sono un viaggio, sono solo una vetrina. Quattro giorni non fanno capire, ma incuriosiscono. Quattro giorni non servono a niente, eppure possono dare un’emozione.
Per un appassionato di antropologia quattro giorni sono quasi una violenza: sai di non poter vedere tutto, sai di non poter osservare quanto vorresti, sai di non riuscire a parlare con gli abitanti, sai di non poterli ascoltare per quanto vorrebbero dire, sai di non avere il tempo per respirare pienamente l’aria di quel luogo. Quattro giorni, per uno come me, fanno quasi rabbia, ma rappresentano comunque un tempo sufficiente perché delle vite si incrocino, perché dei paesaggi vengano scoperti, perché certi odori siano assaporati. Quattro giorni sono pochi, ma sufficienti per cogliere dei dettagli e vivere delle emozioni che messe a decantare diverranno ricordo e poi racconto, o magari idea e quindi progetto.
I miei quattro giorni ad Istanbul a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno sono stati semplicemente belli. Sono tornato a casa con la sensazione di aver visto uno dei centri del pianeta, uno dei suoi ombelichi più importanti.
Costantinopoli-Bisanzio-Istanbul vive su una frattura, è l’unica città al mondo costruita in due continenti, ma allo stesso tempo è una città estremamente densa perché è l’anello di contatto tra più universi geografici e culturali. Istanbul, secondo Franco La Cecla, «è la porta di una cesura, ma quelli che vivono sulla porta sono abitanti della porta e non della frattura. Grande segreto e mistero delle identità locali che bastano, per fortuna, a se stesse, e che dimostrano che si può vivere comodamente anche in bilico perché c’è abbastanza spazio anche lì».
Istanbul è d’acqua: le tante anime che la popolano si adattano l’un l’altra – certo, non senza scontri – dando vita a convivenze sorprendenti condensate in una grandiosa basilica bizantina trasformata in magnifica moschea e oggi, per non far torto alla santa sapienza che le dà il nome, diventata museo, cioè luogo sacro dell’umanità.
Istanbul è un mare che scorre, nel tempo e tra le civiltà. Ricordo di averlo pensato osservando il vero mare che l’attraversa, seduto su uno scoglio sotto le fortificazioni del palazzo di Topkapi: tutte quelle navi grandi o piccole, arrugginite o supertecnologiche che percorrono lo stretto – tra Mar Nero e Mar di Marmara, tra sponda asiatica e sponda europea [qui una bella foto satellitare del Bosforo] – danno il senso di un incrocio nevralgico per la globalità, di un grand bazaar dove i popoli possono conoscersi e scambiare idee, di un mosaico che ricompone e rispetta le diversità culturali dell’uomo.

«Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti / arrivederci fratello mare / mi porto un po’ della tua ghiaia / un po’ del tuo sale azzurro / un po’ della tua infinità / e un pochino della tua luce / e della tua infelicità. / Ci hai saputo dir molte cose / sul tuo destino di mare / eccoci con un po’ più di sapienza / eccoci con un po’ più di saggezza / e ce ne andiamo come siamo venuti / arrivederci fratello mare» [Nazim Hikmet]

PS:

1. La citazione iniziale di Orhan Pamuk è tratta da “Il ragazzo che guardava passare le navi” [in C. Ferrini (a cura di), “Lingue di mare, lingue di terra”, vol. II, Mesogea, Messina 2000].
Due settimane fa a Istanbul è iniziato un processo a carico dello scrittore turco per alcune dichiarazioni del febbraio 2005 che portavano alla luce il genocidio patito dagli armeni nel 1915 [*], ma che invece la Turchia ha sempre negato e nascosto (un sottoprefetto ha addirittura tentato di far bruciare i suoi libri… orrori che non muoiono mai) [qui una lettera di Pamuk alla rivista «Radikal» del 12 dicembre scorso].
2.
 La citazione di Franco La Cecla è da “Lo stretto indispensabile. Storie e geografie di un tratto di mare limitato” (scritto con Piero Zanini, pubblicato da Bruno Mondadori, Milano 2004).
3.
 L’ultima citazione è la poesia “Arrivederci fratello mare” di Nazim Hikmet (1951), scritta in esilio per le sue idee.
4.
 La colonna sonora di questo post non può che essere un medley tra:
– “Voglio vederti danzare” (Franco Battiato, 1982) [«Voglio vederti danzare come i dervisches tourners che girano sulle spine dorsali…»]
– “Istanbul” (Litfiba, 1985) [«Istanbul Istanbul, Istanbul baluardo sacro per l’incrocio delle razze degli uomini…»]
– “Aghia Sophia” (CCCP-Fedeli alla linea, 1990) [«Tedio domenicale: quanta droga consuma. Tedio domenicale: quanti amori frantuma. Tedio domenicale!»]

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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7 risposte a Il mosaico del Bosforo

  1. anonimo ha detto:

    Istanbul è stata un incontro. Un crocevia di anime. Come direbbe Stefania, un mare tanto stretto da sembrare un fiume.
    Istanbul è uno di quei posti che lascia addosso la malinconia della separazione. Istanbul, lo dice Gianni grandemente, è veramente uno degli ombelichi del mondo.

    Guglielmo

  2. LAfricanA ha detto:

    Istanbul,
    è una città che sorprende, indefinibile in soli 4 giorni,
    un mosaico, come scrivi tu.
    Istanbul,
    è la città della convivenza,
    un esempio di apertura e tolleranza.
    Istanbul,
    è la città di una moschea accanto ad una chiesa,
    del velo musulmano perfettamente intonato a gonne e tacchi a spillo,
    Istanbul,
    è una città divisa in tre parti ed al tempo stesso unita da quello stesso mare,
    è una città di bellezza e di vivacità inaspettata,
    il cuore di una bussola che ti fa sentire un po’ più a nord, più a sud, più ad est, più ad ovest di tutto ciò che senti,
    è la città dell’indescrivibile sensazione di essere in bilico tra Europa ed Asia e così armoniosamente dentro entrambe.

    Voglio riportare un pezzettino di un tuo caro ricordo dell’incontro con Marc Augè(http://gugg.splinder.com/post/6221712#comment) a cui, a mio parere, Istanbul dà concretamente voce:

    “integrazione è una parola offensiva, bisognerebbe parlare piuttosto di convivenza. Il punto, dunque, sta nel fatto che ciascuno di noi dovrebbe interrogarsi sulla propria condotta, piuttosto che utilizzare con molta libertà categorie enormemente complesse come identità, cultura, integrazione, multiculturalismo, religione. Bisogna essere più cauti nei giudizi.”

    Un caro saluto,
    Valeria

  3. anonimo ha detto:

    “…perchè viaggiare è avere una stella davanti a sè ed una strada da percorrere. Non importa che la stella sia irraggiungibile, l’importante è camminare, farsi possedere dal viaggi,perchè tutta la vita è un continuo viaggiare…perchè tutti i viaggi sono una crescita…”

    SempreLontano

  4. ggugg ha detto:

    «Ciò che macchia l’onore del Paese non è la discussione di eventi tragici della sua storia, ma l’impossibilità di discuterne»
    (Orhan Pamuk citato da Edoardo Vigna, “E lo scrittore sfida i tabù (e i giudici) turchi”, in «Corriere della Sera Magazine», 12.01.2006, pp. 8-12).

    L’udienza del processo contro Pamuk per «offesa all’identità turca» (art. 301 del codice penale turco, reato punito con la reclusione da sei mesi a tre anni) è stata aggiornata al 7 febbraio prossimo: il governo turco prima ha innescato la bomba ed ora – vista la notorietà internazionale dello scrittore – prende tempo per disarmarla, rendendosi conto dell’ostacolo che una simile ottusità contro la libertà d’opinione può rappresentare al suo ingresso nell’UE.

  5. PasqualeP ha detto:

    Su richiesta telefonica di Giogg ho trovato sul sito della Reuters la seguente notizia battuta non più di 2 ore fa:

    ISTANBUL – Un tribunale turco oggi ha lasciato cadere le accuse contro lo scrittore Orhan Pamuk per avere insultato l’identità turca.

    Lo ha riferito il suo avvocato difensore, dopo che il caso aveva sollevato dubbi sulla libertà di espressione in Turchia.

    “La corte ha deciso di far cadere il caso”, ha detto l’avvocato Haluk Inanici a Reuters. “Non ci sarà udienza … perché non ce n’è bisogno”.

    Pamuk era stato accusato secondo l’articolo 301 del nuovo codice penale, che vieta di insultare l’identità turca, dopo che aveva detto in una intervista ad un quotidiano turco che nessuno osava discutere il massacro di un milione di armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale.

    P.S. Rallegriamoci sperando che un un giorno, anche in Turchia la verità non venga considerata più un insulto.
    ciao

  6. ggugg ha detto:

    «Magazine» del Corriere della Sera di oggi ha un’intervista esclusiva di Edoardo Vigna ad Orhan Pamuk intitolata «E ora parlo io: del processo, della Turchia, di Woody Allen… di Istanbul, degli altri tabù del mio Paese e di quello del “buon musulmano” che sta nascendo in Occidente». Il grande scrittore, tra l’altro, dice:
    «Sono felice per com’è andato a finire non solo il mio processo, ma anche quello degli altri scrittori e giornalisti vittime del “301”, la norma usata contro la maggior parte di quelli che hanno osato dire cose che allo Stato non piacevano. Naturalmente ora qualcosa è cambiato per tutti noi… Giorno dopo giorno stiamo realizzando che la libertà di stampa è una cosa buona, di civiltà, di cui noi turchi abbiamo tutti i diritti di godere». Di «Istanbul» (che è anche il titolo del suo ultimo libro in uscita in Italia per Einaudi) dice che è una metropoli «logora e decaduta, rimasta sotto le rovine che sprofondano sempre di più fra le ceneri di un impero crollato» [pp. 56-58].

  7. ggugg ha detto:

    ORHAN PAMUK
    PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA 2006

    The Nobel Prize in Literature for 2006 is awarded to the Turkish writer Orhan Pamuk: «who in the quest for the melancholic soul of his native city has discovered new symbols for the clash and interlacing of cultures» (“il quale nella ricerca dell’anima melanconica della sua città natale (Istanbul) ha scoperto nuovi simboli per il contrasto e l’intreccio di culture”).

    http://nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/2006/press.html

    Stoccolma, 12 ottobre 2006

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