Palermo l’irlandese

Ogni anno a Palermo mediamente cadono 647,6 mm di pioggia, di cui un centinaio nel mese di dicembre [*]. Solo ieri, per quanto ho potuto verificare personalmente, se n’è riversata almeno la metà: tutta insieme, per ore ed ore, senza sosta.
Una vera fortuna, trovarsi in città proprio ieri!
Già, perché a me piace vedere i luoghi da più prospettive e in condizioni diverse. E ieri Palermo era decisamente unica: roba per pochi!
Non è usuale attraversare Ballarò e riuscire a taliare bancarella per bancarella senza la premura della folla. Ieri, invece, sì. Nonostante l’acquazzone, era possibile stare a guardare per ore i volti dei commercianti con le braccia conserte mentre speravano che spiovesse affinché qualcuno finalmente si avvicinasse ad acquistare gamberetti e verdure. Certo, poteva anche succedere che una delle tante tende non riuscisse più a resistere sotto il peso dell’acqua e finisse per inondare la strada. Ma quella è questione di fortuna: o ci si trova sotto (e buonanotte) o si viene appena sfiorati (e vai col sospiro di sollievo).
Saltavo le pozzanghere, inzaccheravo le scarpe, inzuppavo i pantaloni e canticchiavo “In un giorno di pioggia” dei Modena City Ramblers.
Ieri Palermo era irlandese…
Vai in giro per quella città e pensi che il multiculturalismo è la più grande fortuna che possa capitare di vivere. La Martorana, ogni volta, mi toglie il respiro: epoche diverse, popoli distanti, culture altre, geografie lontane… tutto fuso in un unico luogo straordinario. Stratificazioni, accostamenti, aggiunte, arricchimenti. Mosaici bizantini e capitelli barocchi. E non è un caso che la Madonna che vi si venera sia “dell’Ammiraglio”: la figura che, probabilmente, più d’ogni altra conosce il significato della pluralità.
Poi ti intrufoli tra le aquile di marmo di Palazzo Pretorio per osservare dall’alto tre cupole rosse che hanno il sapore di Bisanzio e La Mecca, e ti ritrovi all’inaugurazione di una mostra fotografica allestita dalla comunità Tamil per raccogliere fondi per la ricostruzione post-tsunami nello Sri Lanka.
Ma Palermo è unica soprattutto per la sua gente, per la cultura che ha saputo sviluppare nel corso dei secoli. Lo dimostra il fatto che Giuseppe Pitré – il primo instancabile studioso delle tradizioni popolari italiane [*] – ha dedicato la sua intera vita proprio alle usanze palermitane (e siciliane in genere).
(Se, come spero, Rita Borsellino riuscirà davvero a vincere le prossime elezioni regionali, mi auguro che il riscatto di quella terra coinvolga anche la riscoperta della ricchissima cultura che ne è alla base, magari ridando giusta luce all’opera di Pitré, conservata nel suo dimenticato museo alla Casina Cinese [*])
Ieri, con quella pioggia (che oggi, mi dicono, ancora non è cessata), praticamente nessun palermitano ha dimenticato di celebrare Santa Lucia. Molti («quelli che c’hanno la devozione») si astengono completamente dal mangiare. Altri, invece, rinunciano al pane; tanto che numerosi fornai e panettieri restano chiusi. La maggior parte, però, non perde due fritture particolari: le panelle (una sorta di schiacciatine di farina di ceci dal retrogusto al cous-cous) e i crocché (sicuramente più conosciuti: delle polpettine di patata, dunque dal sapore amerindio) [per maggiori dettagli: qui e qui].
Al termine, per completare la ricorrenza, il dolce casalingo è la puccìa (grano cotto, raffreddato e guarnito con cioccolato, ma qualcuno usa anche semplicemente l’olio).
Il digiuno è un modo per venerare, celebrare, ricordare, ringraziare, assecondare le proprie divinità di riferimento. Ma a quanto pare lo è anche l’atteggiamento opposto, che passa attraverso il piacere culinario, l’annuale ciclicità di un menù cosmopolita, la ricchezza eccezionale di un prodotto quotidiano, l’occasione ritualizzata dello stare insieme.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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5 risposte a Palermo l’irlandese

  1. bin ha detto:

    in veneto e nella provincia di bergamo, santalucia porta i regali…

  2. burundi ha detto:

    A Sorrento, invece, per questa festività è tradizione accendere un grande falò intorno al quale si riunisce tutta la comunità: è il Ceppone, simbolo del progressivo ritorno della luce (siamo quasi al solstizio d’inverno) che culminerà la notte di San Giovanni, a giugno.
    Per altre informazioni: http://virtualsorrento.com/it/folklore/natale_sacroprof.htm
    (troverete anche un canto in dialetto del poeta locale Salvatore Cangiani)

    La festa di Santa Lucia, nel suo significato legato alla luce, è particolarmente sentita nei Paesi Scandinavi, com’è intuibile. In Svezia, ad esempio, ogni anno viene eletta una “Santa Lucia”, il cui simbolo è una corona di sette candele. Durante la cerimonia, tutti i presenti cantano un famoso classico napoletano (“Sul mare luccica…”). Che meraviglia!

  3. floreana2 ha detto:

    Finalmente,splinder, non fa le bizze e posso commentare.
    Solo un’aggiunta al tuo splendido post su Palermo: hai dimenticato di menzionare, “l’arancinaaaa”.
    Guai a non mangiarne a s.lucia.
    “Guantiere”(vassoi) di arancine (riso cotto condito con ragù,pezzetti di prosciutto, panato e fritto in un tegame profondo))sostituiscono il pane e la pasta.
    Non si può, certo dire, che sia un vero e proprio digiuno
    🙂
    un caro saluto

  4. burundi ha detto:

    Come ho fatto a dimenticare le arancine? Come ho fatto? Ne ho mangiate addirittura quattro! Enormi, bellissime, buonissime…

    Flo, sai una curiosità? A Napoli le arancine sono al maschile: “arancini” (sono “bianchi” o “rossi”, e più piccoli che a Palermo). Chissà perché. Qualcuno lo sa?

  5. ggugg ha detto:

    Avere uno spazio pubblico come un blog significa accettare che una parte di sé sia perennemente sotto il potenziale sguardo altrui. Se non si ha motivo di vergognarsi, questo pensiero non spaventa più di tanto, ma anzi può rappresentare un’occasione d’incontro, di scoperta, di crescita. È così che a volte ricevo e-mail da parte di chi ha letto un mio vecchio post. E così è successo anche un paio di giorni fa con Antonietta, che m’ha scritto privatamente i suoi ricordi di «una tradizione palermitana della mia infanzia» dopo aver letto ciò che avevo scritto un paio d’anni fa su Palermo.
    Mi ha fatto un gran piacere, per cui le ho chiesto di condividere le sue parole con tutti i miei lettori. Ha accettato subito… e allora ecco a voi la storia della “cuccìa”:

    «La sera del 12 dicembre in casa della nonna immancabilmente trovavo sul fornello della cucina un enorme pentolone dove cuoceva la cuccìa. La leggenda racconta infatti che il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, sia arrivata a Palermo durante una grave carestia una nave carica di grano e la popolazione senza aspettare che il frumento venisse macinato volle subito bollirlo e consumarlo così intero chicco dopo chicco (cocciu ovvero cucciàri, mangiare un chicco alla volta). Da quella volta la Santa fu particolarmente venerata a Palermo e il 13 dicembre la devozione vuole che non si mangino derivati dalla lavorazione del grano quindi nè pasta nè pane ma riso, patate, legumi, panelle, arancine, e la cuccìa che si è trasformata in un dolce ghiottissimo a base di crema di latte o ricotta e cioccolato, canditi ecc.».

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