Il bombardamento scanna

Figure deformate, immagini dilaniate, forme spezzettate e riassemblate in maniera caotica, mancanza assoluta di colore, di prospettiva, di spessore: non c’è opera d’arte che riesca a far provare l’orrore della furia distruttrice di un bombardamento più di “Guernica” di Pablo Picasso. Quando ci si trova davanti a quella tela immensa si resta senza fiato, si sente il braccio cadere, le mura crollare, il cavallo impazzire, l’incendio divampare, la madre disperare.
Era il 27 aprile 1937 quando la Luftwaffe nazista, su incitamento del Generalisimo fascista Francisco Franco, rase al suolo la cittadina basca di Guernica: 1.654 morti e 889 feriti.
Quello fu uno degli eventi che cambiarono il mondo: la strategia bellica si trasformò, così come la stessa percezione dello scontro. Con la guerra civile spagnola, infatti, e – definitivamente – con il Secondo conflitto mondiale, la pratica del bombardamento aereo è divenuta la componente fondamentale degli scontri bellici moderni: se la trincea fu simbolo della guerra di logoramento, il bombardamento lo è della cosiddetta guerra totale [la Seconda guerra mondiale e tutti i conflitti successivi, fino a quello attuale in Iraq], la quale – cancellando i confini tra militari e civili – si caratterizza per il fatto che il coinvolgimento e la mortalità della popolazione «non sono semplici appendici di un ampliamento e una maggiore penetrazione del teatro di guerra nella società civile, ma sono il frutto di una visione strategica nella quale la popolazione civile è equiparata a un obiettivo militare o addirittura diventa un bersaglio privilegiato per il conseguimento della vittoria» [Gabriele Ranzato].
Nei conflitti di oggi, più del novanta per cento delle vittime sono civili. Migliaia di donne, di bambini, di uomini inermi sono uccisi ogni anno nel mondo. Molti di più sono i feriti e i mutilati», dal Report 1994-2004 di Emergency, in pdf]
Il primo esercito al mondo a servirsi di un aeroplano, pilotato dal ten. Giulio Gavotti [note biografiche], per lanciare bombe contro il nemico fu quello italiano: a Tripoli, il 1° novembre 1911, nel corso della guerra italo-turca. E italiano fu anche colui che teorizzò il bombardamento come strategia bellica: il gen. Giulio Douhet [note biografiche] con il libro “Il dominio dell’aria” del 1921 in cui scrisse che le innovative armi aeree e venefiche, se combinate insieme, avevano delle grandi possibilità: «La chimica, dopo aver fornito gli esplosivi più potenti, riesce ora a fornire veleni di potenza terrificante e di efficacia superiore ai più potenti esplosivi, e la batteriologica può fornirne ancora dei più formidabili. Basti il pensare qual forza di distruzione verrebbe a possedere quella nazione i cui batteriologi scoprissero il modo di propagare una mortale epidemia nel paese avversario e, contemporaneamente, il siero per immunizzare i propri. L’arma aerea permette di portare, oltre l’esplosivo, il veleno chimico e batteriologico in un punto qualunque del territorio nemico, disseminando su tutto il paese avversario la morte e la distruzione».
Etimologicamente questo è terrorismo, terrorismo di Stato e Douhet ne fu un vero e proprio apologeta: «Agendo sui centri abitati più sensibili, [l’Armata Aerea] potrà, inducendo la confusione ed il terrore nel paese avversario, spezzarne rapidamente la resistenza materiale e morale», ma – naturalmente – «l’azione venefica deve essere tale da permanere per lungo tempo, per giornate intere, e ciò può ottenersi sia mediante la qualità dei materiali impiegati, sia impiegando proiettili con spolette variamente ritardate», perché «rende immensamente di più infrangere resistenze morali, dissolvere organismi poco disciplinati, diffondere il panico ed il terrore che non urtarsi contro resistenze materiali più o meno solide».
Parole che denotano una visionaria aggressività e un disprezzo per il diritto e per la vita che, tuttavia, da allora hanno ispirato gli eserciti di ogni fazione: da quelli nazista e nipponico a quelli inglese e americano, imponendo il bombardamento come la forma di terrorismo legalizzato più diffusa e più letale del XX secolo. Però, nonostante questo, «i bombardamenti [da parte degli Alleati] e le loro vittime sono tra i grandi rimossi della seconda guerra mondiale, per i motivi che tutti conosciamo, perché i vincitori non vollero assumersi le proprie responsabilità, perché il discorso dei bombardamenti sembrava offrire giustificazioni facili ai gerarchi nazisti che si difendevano accusando i loro giudici di aver provocato altrettante morti con altri metodi» [Gabriella Gribaudi, in pdf]. Questa rimozione è probabilmente l’aspetto più inquietante del rapporto che la nostra società ha con la guerra: un rapporto caratterizzato dalla «accettazione della normalità del bombardamento come collegato all’idea stessa di guerra, assimilabile a un evento naturale che fatalisticamente si deve accettare[Gianpasquale Santomassimo]. E infatti, come dimostrano gli studi più recenti sulla memoria dei bombardamenti nel Sud Italia durante la Seconda guerra mondiale, il risentimento verso il colpevole è rarissimo perché non lo si vede: «La bomba che cade dal cielo è separata dal gesto che l’ha sganciata», dice Gabriella Gribaudi, per cui il bombardamento è percepito «come una catastrofe, un terremoto, l’eruzione di un vulcano, un’inondazione dovuta alla natura non governabile» [in: “Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-44, Bollati Boringhieri]. Oggi sono in pochi a ricordare il sacrificio di Altavilla («cancellata dalla faccia della terra perché forse nascondeva dei tedeschi») o di Battipaglia («divenuta la Guernica italiana, una città trasformata in pochi secondi in un cumulo di macerie») o la pioggia di fuoco – ogni notte, tra l’agosto e il settembre del 1943 – su Castellammare di Stabia, Torre Annunziata e Pompei (l’allora sovrintendente agli scavi archeologici Amedeo Maiuri scrisse nel suo diario che quello che la lava del Vesuvio non aveva distrutto si stava sbriciolando sotto i bombardamenti) o le stragi di Caiazzo, di Acerra, di Ponticelli, di Bellona e, addirittura, di Cassino.
Ma il bombardamento non è mai una tragica fatalità. È, piuttosto, un ricatto perpetrato attraverso il massacro estensivo di civili, per cui non può essere giustificato in alcun modo: si tratta di un crimine, uno di quelli che non provocano solo scempio di vite e distruzione materiale, ma causano anche annientamento di umanità.
E di umanità dilaniata sotto le bombe ne parla a teatro Davide Enia in “Scanna”, in cui la quotidianità di una famiglia palermitana è ridotta a brandelli dentro un rifugio in attesa di una liberatoria sirena che non arriverà mai: l’ansia snerva, l’attesa logora, l’angoscia lacera. La speranza si riduce ai minimi termini. E il destino appare segnato.

«È durante una guerra. Una a caso. Una delle tante. Una di quelle che tengono in vita questa realtà malata» (D. Enia)

PS: “Guernica” è conservato al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid.

PPS: Le citazioni di G. Douhet sono tratte dal saggio di Tullio Scovazzi “Il terrorismo di Stato nell’opera di Giulio Douhet”: qui. Vi sembrerà assurdo, eppure “Il dominio dell’aria” è ancora in vendita: è stato ristampato, infatti, nel 2002 dall’Ufficio Storico dell’Aeronautica Militare ed è tutt’ora presente nel suo catalogo on-line (e le versioni in inglese e in portoghese sono acquistabili su Amazon.com). Ma un’altra cosa incredibile è che a Giulio Douhet è intitolata la strada che passa davanti alla Reggia vanvitelliana di Caserta: nel caso vi piacesse chiedere perché l’Amministrazione cittadina ricordi ancora, attraverso la toponomastica ufficiale, un personaggio simile, potete scrivere al seguente indirizzo: sindaco@comune.caserta.it.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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12 risposte a Il bombardamento scanna

  1. LAfricanA ha detto:

    Milano, Agosto 1943
    Salvatore Quasimodo

    Invano cerchi tra la polvere,
    Povera mano, la città è morta.
    E’ morta: s’è udito l’ultimo rombo
    sul cuore del Naviglio. E’ l’usignolo
    E’ caduto dall’antenna, alta sul convento,
    dove cantava prima del tramonto.
    Non scavate pozzi nei cortili:
    i vivi non hanno più sete.
    Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
    Lasciateli nella terra delle loro case:
    la città è morta, è morta.

  2. LAfricanA ha detto:

    Caro burundi,
    ho appena inviato una mail al sindaco di Caserta, come tu hai suggerito.
    Colgo lo spazio per un appello ai casertani, ma non solo, perchè facciano altrettanto.
    Non posso sopportare che una strada non lontano da casa mia porti un nome che non riempie il cuore di orgoglio.
    (Rafè, tu che sei un casertano Doc vedi cosa devi fare).
    Grazie per la segnalazione Giò.
    Valeria

  3. Sistdiast ha detto:

    l’abominevole risiede al di là di ogni umana comprensione.
    lo stratega non comprende umanamente
    chi esegue non comprende umanamente
    chi assiste passivamente tramite i media, non comprende umanamente.
    Sono tre dislocazioni della responsabilità civile nelle quali,progressivamente, si manifesta una distruzione pregressa del territorio emotivo intrapsichico del soggetto. Una progressiva incapacità di compassione, una progressiva necrosi dell’anima.

  4. anonimo ha detto:

    proposta: sostiuire la strada intitolata a Giulio Douhet con Moana Pozzi con la seguente causale fate l’amore non la guerra.
    per restare in tema dopo lo smantellamente futuro della base americana in sardegna chi vede di buon occhio lo smantellamento della villa del premier?
    per finire: attenti a cosa bevete…la Nestlè colpisce ancora, la cosa sorprendente è che sul sito ufficiale non si fa una ben minima menzione di tutto ciò che è accaduto. intanto io ieri ho rifiutato un bacio perugina, inizia un serio boicottaggio

  5. LAfricanA ha detto:

    Ma sì,
    basta co’ ‘sti Baci Perugina,
    basta con gli scandali Nestlè,
    con gli scandali Moana Pozzi quando c’è di peggio,
    vedi lo scandaloso-indegno Berlusconi,
    vedi ‘sta scandalosa abominevole guerra,
    vedi gli insulsi “reportage giornalistici” dall’isola dei famosi e, peggio ancora, La Talpa,
    vedi Maurizio Costanzo che ancora non va in pensione (colpa della riforma?).
    Insomma basta.
    Boicottiamo tutto,
    e lottiamo per la strada Moana Pozzi,
    W l’ammor!!

    …perdono!
    Stamattina è così!!

  6. anonimo ha detto:

    ALTRE VIE

    Estratto dell’ordine del giorno del Consiglio Comunale di Bologna di lunedì prossimo:

    O.d.G. n. 226
    ORDINE DEL GIORNO TENDENTE A PROPORRE L’INTITOLAZIONE DI UNA STRADA, UNA PIAZZA O UN GIARDINO ALLA SIGNORA ROSA PARKS, PRESENTATO DAL CONSIGLIERE MONTEVENTI ED ALTRI IN DATA 2.11.2005
    PG.N. 233411/2005

    Il consigliere Monteventi, come ha poi spiegato ieri per radio a Caterpillar, è venuto a conoscenza di un piccolo cavillo che richiede l’autorizzazione agguntiva del Ministro degli interni nel caso il personaggio cui si voglia intitolare una via, piazza ecc. sia morto da meno di 10 anni. E così dalla necessità è nata un’altra idea: intitolarle una linea degli autobus bolognesi.
    Geniale, niente da aggiungere salvo sperare che passi la proposta.

    Per chi vuole sulla wikipedia all’indirizzo http://it.wikipedia.org/wiki/Rosa_Parksc'è una scheda completa sulla Parks, con la sua foto segnaletica e la foto del bus dove iniziò con un semplice atto di disobbedienza una lotta che di lì a poco avrebbe portato all’abolizione della segregazione.

    Altro che bombardamenti
    Ciao Pasq

  7. anonimo ha detto:

    Ciao G
    è strano leggere il post sull’opera di Douhet e vedere ke il post precedente s’intitola IL SOGNO DI VOLARE, forse non ci avevi pensato neanke tu! A volte, troppo spesso le cose buone vengono sempre strumentalizzate in modi ke si allontanano dalle intenzioni iniziali. La strada ke porta il nome di quell’uomo non è certo un vanto per la mia provincia, ma volevo anke citare un evento ke le dà lustro x pareggiare i conti. Infatti a Caserta fu tolto il titolo di provincia da Mussolini nel ventennio a causa delle forti contestazioni ke ricevette quando venne in visita in questa città.
    Ecco tutto
    E’ sempre 1 piacere venire sul tuo blog x tnere lata la concentrazione ed il dibattito.
    Raf

  8. burundi ha detto:

    Caro Raf, in effetti non avevo notato la sequenza dei due post. Non è voluta, ma a volte le coincidenze e le analogie sono sorprendenti. Altre, come in questo caso, amare. Condivido in pieno la tua osservazione: la colpa dei bombardamenti non è degli aerei, che restano una delle invenzioni umane più straordinarie. Io adoro volare, ogni decollo mi emoziona come il primo. E ogni volta che ho avuto la fortuna (grazie a Rò, mio fratello) di stare in cabina di pilotaggio ho provato semplicemente gioia e stupore. È spaventoso che una cosa così bella ed esaltante come l’aereo (e il volare) venga storpiata per distribuire morte.
    Douhet non era né un genio né un “poeta dell’aria” (come qualcuno lo definì), non teorizzò niente di straordinario: chiunque mediamente intelligente con un po’ di cinismo e spietatezza avrebbe potuto associare l’aereo alla guerra. Ma lui fu il primo e il più lucido. E purtroppo quel che pubblicò è ancora preso in considerazione.
    Come ho scritto altrove, «la toponomastica non è un’opinione», ma una forma linguistica estremamente seria: è uno dei modi attraverso cui i nostri avi continuano a comunicare con noi, un mezzo per tramandare ciò che una comunità e, in particolare, i suoi leaders d’opinione ritengono degno di essere ricordato. A mio avviso Douhet non va assolutamente dimenticato, ma non credo sia giusto celebrarlo con una strada, a meno che non si aggiunga alla targa davanti alla Reggia qualcosa tipo “Apologeta del terrorismo di Stato” o “Teorizzatore del bombardamento aereo che ha provocato milioni di morti sull’intero pianeta”.
    Mi piace l’idea-provocazione di Renato: “via Moana Pozzi: fate l’amore, non la guerra”.
    Ma mi piace ancor di più quella di Pasq: “via Rosa Parks: passeggera d’autobus”.
    Che dite, organizziamo una petizione da presentare al comune di Caserta?

  9. anonimo ha detto:

    Io c sto per la petizione…e conosco molti altri ke ci starebbero!!!
    Avanti coscienza civile!
    Raf

  10. burundi ha detto:

    A proposito dell’eroico ’43 di Ponticelli (quartiere della periferia est di Napoli, ma fino al 1926 comune autonomo), sul “Corriere della Sera Magazine” di oggi, la rubrica “Dettagli di storia” di Paolo Franchi (p. 168) si occupa di una recente pubblicazione: “Guerra di periferia. Resistenza, vita quotidiana e stragi dimenticate nell’area orientale di Napoli” di Andrea D’Angelo, Giorgio Mancini e Luigi Verdolino, per l’Associazione “Il Quartiere Ponticelli”.
    Il professor Mancini è l’anima storica di Ponticelli, l’associazione che ha fondato (e che tuttora presiede) negli ultimi anni si è distinta per una gran quantità di lavori che raccontano storia, religiosità e architettura del quartiere: un’operazione che denota costanza e passione, e che in determinate realtà rappresenta soprattutto una preziosa azione sociale. Oggi Ponticelli è una di quelle periferie alienanti che ormai non fanno notizia nemmeno per gli omicidi di camorra, ma soltanto per i salti di qualità, come l’autobomba di via Argine di qualche anno fa. Ma Ponticelli non è una landa desolata, e ha – piuttosto – una notevole fierezza: dall’antica bellezza paesana del suo centro storico, alla caparbia ma malinconica dignità di una classe proletaria ormai dissolta, fino – appunto – all’orgoglio antifascista della Seconda guerra mondiale.
    Ho conosciuto il professor Mancini un paio di anni fa per un’indagine socio-antropologica sul quartiere, e lo ricordo come un fiume di informazioni. Mi parlò anche del suo progetto sulla memoria della guerra, e sono contento che l’abbia realizzato. «Per quello che posso capire, mi sembra un libro, nel suo genere, esemplare. Perché, sulla base di un lungo e complesso lavoro di ricerca negli archivi e su numerose testimonianze, cerca di venire a capo degli eventi, di ricostruirne gli antefatti storici e politici, e anche i seguiti. E perché, nonostante l’intento dichiarato degli autori sia quello di mettere in rilievo “l’eroico ‘43” a Ponticelli, non è reticente. Neanche quando si tratta di parlare di fascisti. Di fascisti che, pochi giorni dopo i massacri, la fucilazione la scampano. E di fascisti che vengono ammazzati, come il fiduciario Federico Travaglini padre di 11 figli» (Paolo Franchi).

  11. ggugg ha detto:

    Domenica sera, 17 settembre 2006, ”La guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-1944” (Bollati Boringhieri, 2005) di Gabriella Gribaudi ha vinto la 52esima edizione del “Premio Napoli” nella sezione Saggistica.
    Ulteriori dettagli: http://premionapoli.it/2006/terne06_11.html

    Gli altri vincitori, votati dai comitati di lettura italiani ed esteri, sono: ”Il passato davanti a noi” (di Bruno Arpaia, ed. Guanda; sezione “Narrativa italiana”), ”Rosso” (di Uwe Timm, ed. Le Lettere; sezione “Narrativa straniera”), ”Tutte le poesie, 1946-2005” (di Elio Pagliarani, ed. Garzanti Libri; sezione “Poesia”).

    Il premio speciale è stato assegnato a Tullio De Mauro, mentre il premio di Giornalismo Internazionale Napoli-Parlamento europeo è stato vinto da Samia Nkrumah per l’articolo ”The changing face of Italy”, pubblicato sul Al-Ahram Weekly.

    Ulteriori info: http://www.premionapoli.it/

  12. Pingback: La Siria è oltre l’inferno | il Taccuino dell'Altrove

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