Ich bin ein Berliner

«Tra Carpi e Berlino c’è un legame speciale, perché a Carpi comincia l’autostrada del Brennero; perciò noi consideravamo Carpi come la periferia estrema di Berlino. Montavi in auto da una parte e arrivavi in fondo dall’altra» (Giovanni Lindo Ferretti)

Prima scena. Stazione ferroviaria, sera: un ragazzo italiano (che è al suo primo viaggio solitario all’estero) scende dal treno proveniente da Dresda, mette piede sul marciapiede del binario e non fa altro che guardarsi intorno: è a Berlino, non riesce a crederci.

Seconda scena. Il ragazzo italiano mette una mano in tasca, ne tira fuori un bigliettino: c’è un indirizzo, è quello di Roxanne, una cugina del padre. Guarda una cartina dell’immensa linea metropolitana, scende le scale, un vento forte lo investe, arriva il convoglio. Sale, trova un posto per sedersi, mette lo zaino sulle ginocchia. Davanti a lui c’è una signora anziana minuta e accanto un punkettone con la cresta colorata, vestiti di plastica fluorescente e orecchini ovunque.

Terza scena. Esterno, mattina: il ragazzo italiano è in giro per la città, si trova sotto il campanile bombardato della chiesa della Rimembranza, lo fissa stupito e addolorato. Incontra una ragazza, Aglaia, fanno amicizia, camminano tutto il giorno con un piede nell’ex Berlino Est e un piede nell’ex Berlino Ovest, finché raggiungono il Techeles, uno squot-discoteca pieno di gente “pazzesca”, artisti postmoderni, sculture fantascientifiche, odore di spray. Berlino, da non credere.

Quarta scena. Il ragazzo italiano è a braccia aperte sull’Angelo della Vittoria, nel cuore del Tiergarten. Da una parte vede gli aerei decollare dal Tegel, dall’altra la torre della televisione di Alexanderplatz. Non c’è dubbio, in quel momento è uno degli angeli del film di Wim Wenders: «Mi piacerebbe vedere la tua faccia, giusto per guardarti negli occhi e dirti quanto è bello essere qui… Quaggiù è bello fumare, prendere un caffè… e se lo fai insieme è fantastico».

Quinta scena. Il ragazzo italiano è su un battello lungo la Sprea. Sulle sponde del fiume tanta gente in costume che prende il sole, poco distante ci sono pezzi del Muro pieni di graffiti, là infondo una foresta di gru: è Potsdammerplatz, il cantiere più grande d’Europa. Scende al molo della Museumsinsel, si ferma a mangiare un döner kebab, osserva una Trabant parcheggiata sotto un cartellone pubblicitario della Coca Cola. Quasi da film.

Sesta scena. Interno, sera. Il monitor del computer illumina il viso di un uomo che ricorda il suo primo viaggio all’estero, più di dieci anni fa. Nel lettore cd gira una canzone: «Take me to the magic of the moment / On a glory night / Where the children of tomorrow dream away / In the wind of change», è “Wind of Change”, l’unica degli Scorpions che gli sia rimasta nelle orecchie. Prova a ricordare cosa stesse facendo la sera del 9 novembre 1989, ma non gli viene in mente proprio nulla: ha davanti agli occhi solo qualche immagine vista in tv di una folla festante arrampicata sul Muro con bottiglie di champagne e piccozze.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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5 risposte a Ich bin ein Berliner

  1. anonimo ha detto:

    vorrei dire, dirti mille cose. Non lo faccio, lascio le sensazioni suscitate dalle tue parole dentro di me a decantare.
    Quello che faccio, invece, è abbracciarti più forte che posso per ringraziarti di un altro post bellissimo.

    Leggerti, per me, è veramente una finestra sull’altrove. grazie

    Guglielmo

  2. floreana2 ha detto:

    L’abbattimento di quel muro, era la speranza di una liberazione dell’umanità, il creare ciò che non era: l’impossibile che si avverava.

    Oggi, purtroppo, ancora muri impediscono l’esercizio dei diritti necessari.

  3. burundi ha detto:

    Sì, Floreana, quella sera dell’89 sembrava che l’impossibile si stesse avverando. Purtroppo sappiamo che non è andata così, tanto che in Germania oggi si respira una certa Östalgie (nostalgia di quando c’era l’Est comunista).
    Inoltre, come giustamente ricordavi tu, ancora tanti, troppi muri dividono i popoli e aumentano le discriminazioni.
    Per una panoramica mondiale segnalo due pagine:
    1) un dossier di Peacereporter:
    http://www.peacereporter.net/default_canali.php?idc=5&idt=9&iddos=510

    2) un elenco di Take A Pen:
    http://www.take-a-pen.org/english/Fences.htm

  4. burundi ha detto:

    Ieri, che pomeriggio! Ho conosciuto Marc Augé, gli ho parlato, gli ho stretto la mano, l’ho ascoltato e ancora una volta ho imparato… Ma ieri mi sono portato a casa anche un trofeo, scritto di suo pugno sulla prima pagina di “Rovine e macerie. Il senso del tempo” (Bollati Boringhieri, 2004), da cui traggo due citazioni legate a Berlino e ai muri:

    «Berlino è in larga misura una città sperimentale: vi si misurano la forza del passato e quella dell’oblio, le possibilità e i limiti del volontarismo, i rapporti fra città e società e fra città e arte, perché, dalle pitture murali all’aggressiva architettura di Potsdammerplatz, dal posmodernismo alla cultura alternativa, la capitale della Germania riunificata è al tempo stesso un laboratorio e un museo. È, da sola, un condensato della storia del secolo da poco terminato e un testimone attivo di quello che sta nascendo» (p. 107)

    «Non credo che il confine fra Est e Ovest si cancelli mai. Probabilmente non aveva aspettato la costruzione del muro per esistere. E sarebbe probabilmente riduttivo imputare tutte le rotture visibili a Berlino all’antica divisione fra i due Stati. Le megalopoli del mondo attuale sono percorse da molti muri, molte frontiere che separano più o meno rigidamente ricchi e poveri, residenti da lunga data e immigrati, vecchi e giovani, benpensanti e ribelli… Vi si ritrovano, trasposte nello spazio, le contrapposizioni del mondo odierno. Ma a Berlino, queste contrapposizioni si innestano su un territorio le cui ferite esprimono le follie del XX secolo. Berlino resta, come scrive Emmanuel Terray, “il paradiso delle ombre”. Ecco perché, nonostante la sicurezza ostentata dagli edifici di Potsdammerplatz e la continua attività dei cantieri, il senso di attesa e talvolta di malinconia che suscita l’incompiutezza della città – come nelle periferie di Roma e di Lisbona esplorate dalle macchine da presa di Nanni Moretti e di Wim Wenders – si associa qui a un timore vago e irragionevole: il timore che le follie del futuro, le follie del secolo nel quale siamo da poco entrati, siano pari a quelle che oggi cerchiamo di scongiurare commemorandole» (pp. 116-117)

  5. LAfricanA ha detto:

    Sai, ascoltando i racconti delle persone, soprattutto di quelle della particolarissima Germania est, ho a volte la sensazione che quel muro è ancora lì. E’ vera quella Oestalgie di cui parli, sono molti, soprattutto anziani, a credere che all’epoca della DDR si stava meglio, che da un punto di vista di benessere sociale non è cambiato niente, solo che oggi c’è meno lavoro e molti si trasferiscono all’ovest!
    Una volta un ragazzo, un ragazzo appena 24enne, mi ha detto: “Cosa ci ha portato la riunificazione? La raccolta differenziata dei rifiuti, ma noi già la facevamo; un crescente numero di immigrati, e noi già abbiamo difficoltà a trovare lavoro”. Non disse di più, ed io rimasi sconvolta dalle sue parole per la sua età!
    L’ovest paga una tassa per sostenere l’est; l’ovest definisce quelli dell’est un pò zotici e troppo chiusi;
    l’ovest ritiene che quelli dell’est occupano i loro posti di lavoro.
    Ad est sono gli emigrati invece a rubare lavoro ai tedeschi, sono cittadini di seconda categoria perchè a parità di punteggio prendono il Deutscher, e quando avviene il contrario è dura da mandar giù per il Deutscher.
    Al tempo stesso oggi la Germania è uno dei paesi più multiculturali e liberi da pregiudizi d’Europa. Puoi avvertire la sensazione di essere ciò che vuoi ed andare dove vuoi, i tedeschi, soprattutto dell’est, sono grandi freelanders.
    Un paese di contraddizioni,
    laboratorio e museo, presente e passato, ciò che Marc Augè dice di Berlino è ciò che si avverte nell’intera Germania, Berlino è sicuramente l’emblema di un muro che nell’ombra continua ad esistere!

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