Amare Israele

«Israele non è amato, ed è spesso odiato. […] Considero la politica del governo israeliano accecata e sciagurata. Essa sta macchiando con atti criminali l’invasione di territori in cui già ordinariamente la gente palestinese viene umiliata ed esasperata. [Eppure] Mai Israele – lo Stato di Israele, il paese di Israele – è stato debole e vulnerabile come oggi, quando sembra dispiegare la più schiacciante e odiosa superiorità militare, e si mostra al mondo, senza riuscire ad accorgersene e a capacitarsene, come un Golia brutale contro il Davide palestinese. Nel linguaggio comune di tanta sinistra, nei cortei di solidarietà con la Palestina, o fra i dirigenti politici e fra i maestri di opinione, si impiegano correntemente nei confronti di Israele parole come "nazisti", come "genocidio". Saramago ha speso la parola: "Auschwitz". La Chiesa cattolica ha speso la parola: "sterminio" (voce dal sen fuggita?). Questo è, prima che spaventosamente sbagliato, disperatamente triste. Uno sbaglio come questo non sarebbe possibile senza una forte dose di ignoranza e di smemoratezza, ma ancor meno senza una fortissima dose di odio per Israele. […] Ora si bruciano sinagoghe, si violano cimiteri: è odioso, ma non è il punto. Razzisti farabutti o ottusi non erano mancati neanche per un momento. Quello che è mancato, e manca fatalmente oggi, è l’attaccamento a Israele. Il sentimento che quanto di meglio noi abbiamo ereditato, e per cui dobbiamo pagare una tassa di successione – se non altro per il luogo e l’anno in cui ci è avvenuto di nascere – è legato, come una mano all’aquilone, a quel cuore dell’Europa scampato ed espulso all’Europa che è Israele. Non possiamo confidare nell’Europa e tanto meno amarla se non amiamo lo Stato di Israele (in nessun altro caso userei un’espressione come "amare uno Stato") e il suo popolo misto, coraggioso e spaventato. Il suo popolo, non soltanto le minoranze ammirevoli, i pacifisti che fraternizzano con gli arabi di Israele e di Palestina, i riservisti renitenti, le donne che difendono la vita e un’altra idea di coraggio, gli intellettuali che onorano la verità e non la sottomettono a una nazione. Il suo popolo, indotto oggi a non vedere via d’uscita, e a stringersi nella trincea cui lo forza una minaccia mortale. Senza di che, temo che non si possa nemmeno amare la Palestina e la sua gente, umiliata, coraggiosa e spaventata. Salvo che si faccia dell’amore per gli uni un grato pretesto per continuare a odiare gli altri, senza ammetterlo neanche a se stessi»
(Adriano Sofri, in: “La Repubblica”, 6 aprile 2002; ora in: “Altri hotel”, Mondadori, pp. 299-302)

PS: Mahmoud Ahmadinejad, Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, pochi giorni fa ha affermato che Israele deve essere cancellato dalla mappa del mondo, aggiungendo che qualsiasi Paese arabo osasse riconoscerlo, «brucerà nelle fiamme della rabbia della nazione islamica». Parole spaventose, inaccettabili e vergognose. Sono pienamente d’accordo con Shimon Peres: «Certe affermazioni violano la Carta dell’Onu, ed equivalgono a un crimine contro l’umanità» e – per una volta – addirittura con Ariel Sharon: «Un paese che chiede la distruzione di un altro popolo non può essere un membro delle Nazioni Unite». Immediatamente, per fortuna, l’Europa, le Nazioni Unite, gli Stati Uniti, la Russia ed anche l’Autorità Nazionale Palestinese si sono unite nel condannare quelle deliranti dichiarazioni di puro e semplice odio.

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12 risposte a Amare Israele

  1. anonimo ha detto:

    Certo Israele è un’idea davvero importante, ma come spesso succede le idee quando acquistano sembianze antropomorfe perdono la loro purezza ed il messaggio iniziale comincia a sbiadire col passare del tempo. Lungi dal voler difendere l’una o l’altra parte mi viene , però , ugualmente da dire che è difficile difendere uno Stato che ha fatto quel che ha fatto. Penso a volte che lo scontro israelo palestinese sia diventata la frontiera della guerra e della pace moderne, il 38^ parallelo dei giorni nostri! Forse la distanza dall’idea d’Israele all’attualità misura la vera identità politica di una classe dirigente che ha tradito più volte la democrazia e non solo.
    Sono tutte idee personali e per questo opinabili…

  2. anonimo ha detto:

    tutti sono concordi di difendere la pace, tutti sono concordi nello sventolare bandiere arcobaleno fuori la finestra, tutti sono concordi nel condannare atti di guerra, ma quando si parla di israele e palestina ecco le barricate. ma porca miseria è mai possibile che quel piccolo uomo indiano, quell’americano con il suo sogno e quell’altro sud-africano non abbiano insegnato nulla? perchè in israele, palestina, irak, iran, pakistan, burundi ecc. non nascono uomini illustri che saranno venerati in futuro? perchè nessuno, oggi, aspira a tanto per il proprio popolo, per il mondo intero? continuiamo a dire sempre “ma israele ha fatto questo…ma i terroristi continuano a fare stragi”. non difendo nessuno, tranne la povera gente che subisce quotidianamente il terrore, che si sveglia la mattina con il timore di non tornare a casa o di dover partecipare ad un nuovo funerale…la vera guerra e mediatica. dunque basta con gidizi sommari, basta con prese di posizione unilaterali, se vogliamo davvero esporre la nostra bandiera.

  3. burundi ha detto:

    Caro Raffaele (commento 1), discutere con te lo trovo sempre molto stimolante, ma qui credo tu stia prendendo un grosso scivolone.
    Nel mio post non mi sono messo a disquisire sulla politica israeliana e sui suoi protagonisti, ho solo evidenziato un fatto che reputo abominevole, ovvero che il leader di un Stato affermi che un altro Paese “debba sparire”. Credo che questo tipo di parole dicano molto su chi le pronunci, e che dunque ci sia poco da commentarle. In questo momento – e di fronte alla violenza di quelle parole – non c’è spazio per tentennamenti: sono frasi da condannare che hanno il solo scopo di seminare odio, cioè di creare altro dolore. Ahmadinejad è il solito folle assetato di potere che strumentalizza la precarietà del suo popolo fornendogli un capro espiatorio verso cui catalizzare il proprio rancore.
    Penso che ciascuno di noi provi angoscia per l’imminenza di una nuova assurda guerra (che, peraltro, potrebbe essere apocalittica): restiamo zitti? Personalmente non sto zitto né quando gli americani si comportano da arroganti sceriffi del globo, né quando l’esaltato di turno rinnova slogan antisemiti.
    Insomma, la politica israeliana (soprattutto quella degli ultimi anni, con il leader peggiore della sua storia) è discutibilissima, ma io stasera plaudo a Giuliano Ferrara per essere stato l’unico in Italia a prendere una posizione netta contro delle dichiarazioni inaccettabili, e mi rammarico che lo stesso non sia stato promosso a sinistra. Non ho paura di fare una fiaccolata “preventiva” stasera, la preferisco di gran lunga ad una marcia “riparatrice” domani.
    Abbiamo qualche dubbio sulla legittimità dell’esistenza di Israele? Bene, allora eccoci caduti in trappola: prepariamoci ad altri fiumi di sangue.

    Caro Renato (commento 2), credo che in tutti i Paesi che hai citato nascano uomini e donne che possano essere esempi di rispetto e tolleranza. Il punto è che non fanno notizia, spesso lavorano nell’anonimato e in silenzio. A me, comunque, vengono in mente dei nomi illustri: penso, infatti, a David Grossman e alle sue parole di pace, oppure al principe Rwagasore che nei primi anni ’60 aveva tentato di ricomporre la frammentazione etnica del Burundi.
    Hai citato, poi, il Mahatma Gandhi, Nelson Mandela e Martin Luther King, sai cosa scrisse quest’ultimo nel 1967? Ecco:
    «…Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente “antisionista”. E io dico, lascia che la verità risuoni alta dalle montagne, lascia che echeggi attraverso le valli della verde terra di Dio: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, questa è la verità di Dio… Tutti gli uomini di buona volontà esulteranno nel compimento della promessa di Dio, che il suo Popolo sarebbe ritornato nella gioia per ricostruire la terra di cui era stato depredato. Questo è il sionismo, niente di più, niente di meno… E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo».

  4. anonimo ha detto:

    Caro Gianni, lo stesso vale per me riguardo alle nostre discussioni, voglio precisare che il mio commento era assolutamente parziale, ed a questo punto devo dire, forse non troppo puntuale, nel senso ke dò sicuramente per scontato che tutti dobbiamo condannare le parole di estremisti da una parte e dall’altra, specialmente quando provengono da esponenti dei governi, io mi riferivo all’attualità, forse è questo ke ha reso stridente le mie parole. Abbiamo lavorato fianco a fianco per la pace (bei giorni!!!) e non posso ke condividere le tue idee sul ruolo paradigmatico dello Stato d’Isreaele. Il riskio a questo punto, però, credo sia nell’ostinata poplitica recente di uno stato ke sta facendo allontanare da se molte più persone di quanbto in realtà meriterebbe, rendendo tutti i discorsi ke gli si fanno attorno sempre velati da un tono di ambiguità e prevenzione!
    Raf

  5. TYTTY_ ha detto:

    Guardami negli occhi. Abbiamo lo stesso sangue. Alla fin fine ci seppelliranno allo stesso modo. Vieni, diventiamo vicini di casa e non nemici. Perché non c’è niente di più importante della vita». (cantato sia in arabo che in israeliano dagli Haloutsei Halal (Pionieri dello spazio), il gruppo di Chemi, originario del Kibbutz di Yavne, il cantante che circa 10 anni fa ha dato vita all’Hip Hop israeliano con gli Sahabak Sameh.)

  6. ggugg ha detto:

    La guerra è orrore anche perché riduce a slogan ogni argomentazione. In buona parte delle discussioni che mi capita di ascoltare o in cui sono coinvolto, dopo un po’ si perde serenità dialettica, col risultato di riprodurre in scala gli stessi schematici semplicismi del conflitto. Accade spesso, infatti, che si portino avanti pregiudizi indimostrati e indimostrabili; che ci si rinfacci responsabilità precedenti in una spirale che può solo avvitarsi su se stessa; che si alimenti il sospetto reciproco con supposti “peccati originali” rievocati per inficiare qualsiasi legittimità esistenziale alla controparte.
    Questa è pura logica di guerra, è svilimento della complessità, che mi sembra un meccanismo particolarmente esplicito nel caso di Israele.
    Prima o poi appaiono sempre i soliti distinguo che non distinguono nulla: «sono antisionista, non antisemita», «condanno il governo, non il popolo», «critico lo Stato israeliano, non gli ebrei» e così via, in un crescendo di autoassoluzioni. Qualcuno propone boicottaggi (nel caso di Israele la sua economia non è semplicemente liberista, ma «di guerra»), pertanto ognuno di noi potrebbe contribuire alla pace in Medioriente smettendo di mangiare pasta Barilla o di guidare una Fiat perché queste aziende hanno rivenditori a Tel Aviv… Ma allora, simmetricamente, forse dovremmo rinunciare anche a rifornirci da certi benzinai che vendono petrolio di Paesi teocratici e intolleranti…
    Ma questo è il finale di “Fight club”… No, non ci sto. È solo un patetico spauracchio, una banalizzazione da rigettare con decisione.
    Eppure, è vero, Israele non è un Paese come gli altri e non lo sarà mai. Giudicarlo, criticarlo, avversarlo come tutti è lecito (nonché democraticamente auspicabile), ma nel suo caso è di particolare importanza considerare i toni e gli argomenti che vengono usati.
    In queste ultime drammatiche settimane è difficile – impossibile – non pesare i numeri (centinaia di morti, migliaia di feriti) e non vedere determinate immagini (bambini lividi avvolti in sudari improvvisati, case ridotte in macerie), ma i titoli di alcuni giornali e i ragionamenti di certi commentatori mi fanno pensare spesso che molti si siano dimenticati del significato (ideale e non solo) per cui è nato nel 1948: Israele è la garanzia che ogni minoranza perseguitata può e deve essere aiutata a trovare un riparo.
    Pertanto, la memoria e la difesa di queste ragioni (emerse dalla più abominevole tragedia della storia) non possono essere mai abbandonate. Eppure qui da noi qualcuno l’ha fatto, demandandone il sostegno ai vari Giuliano Ferrara e Gianfranco Fini.
    Quel qualcuno è la sinistra italiana (ma si potrebbe allargare il discorso a buona parte di quella europea), la cui assenza su questo tema è un ulteriore segno del baratro politico in cui è sprofondata. Dopo la fine delle grandi ideologie, l’area progressista ha avuto la possibilità di rinnovare la sua identità e trovare nuove strategie d’azione abbracciando le ragioni di quell’ampio e variegato movimento globale che agli inizi del nuovo millennio si è mosso sui temi della pace, dell’ecologia e della giustizia sociale. Eppure, restando aggrappata ai soliti vecchi schematismi, è riuscita a dilapidare anche questo credito.
    Nello specifico, una sinistra realmente pacifista non solo vuole che tacciano le armi, ma anche che non vengano bruciate bandiere, che non si insulti, che non si usino stereotipi, che non si faccia ricorso a pensieri bellicosi come il sospetto e la cospirazione, bensì, al contrario, che si pratichi onestà intellettuale e storica.

    PS: Un paio di giorni fa ho ricevuto la newsletter di un gruppo che si autodefinisce “di giustizia e speranza” cui non so chi mi ha iscritto. Ovviamente vi si affronta il tema dell’attuale attacco israeliano a Gaza. È un testo scarno, sostanzialmente critico verso il ministro Frattini, ma ad un certo punto c’è questo passaggio: «Israele infuria contro Hamas, dimenticando ch’egli occupa un territorio che non gli apparteneva, che ha strappato a quel popolo; territorio che la comunità internazionale gli ha concesso; che può occupare, e però con coscienza del torto inflitto, non con arroganza». Chi scrive dice di essere professore universitario.

  7. LAfricanA ha detto:

    Non credo si tratti di amare o odiare Isaraele, nè di affermare o negare lo stato israeliano, ma di rispettare gli accordi e gli impegni assunti.
    Peccato che tra le tante posizioni estreme, non si prendano in conto e non si dia voce a quelle che sono nel mezzo!
    Credo che lo stato israeliano dovrebbe rinunciare ad un bel po’ di arroganza. Proteggere i suoi confini e la sua gente da attacchi terroristi significa ritornare sui suoi passi e sugli accordi stipulati, non occupare altre terre e cacciare altra gente.
    http://www.rfi.fr/actufr/articles/109/article_77296.asp

  8. ggugg ha detto:

    È singolare, davvero singolare che una ricercatrice di campo impegnata a indagare la complessità dei conflitti (cosiddetti) etnici e, in qualche modo, a difenderla dal riduzionismo da bar si esprima in questo modo.
    “Arroganza”… mai considerata l’ipotesi che possa trattarsi di “paura” (che forse è molto peggio)?
    “Occupare altre terre e cacciare altra gente”… mai passato per la mente che Ehud Barak (attuale ministro della difesa d’Israele) sia la stessa persona che nel 2000, da primo ministro, decise unilateralmente il ritiro delle sue truppe dal Libano del sud? Cos’è, la gente impazzisce così? Da “novello Rabin” ci si trasforma in “novello Sharon” come se niente fosse?
    Evidentemente la situazione è molto più seria degli slogan con cui la si tratteggia.
    Ma ti conosco da troppo tempo per non cogliere nelle tue parole una quota di provocazione che ci riporta sempre al nostro primo incontro.

  9. LAfricanA ha detto:

    Mi spiace, non c’è nessuna quota di provocazione, è la mia opinione, differente dalla tua. Lo è sempre stato! Non ho mai negato il diritto di Israele ad esistere, ma continuo a giudicare la sua politica arrogante. Che tu creda siano o meno “discorsi da bar”, me ne frego. Continua ad essere il tuo punto di vista che, scusami se te lo dico, non è meno soggettivo e sul flusso dell’emotività di tanti altri.
    Paura? L’unica paura è quella della povera gente che rischia la vita ogni giorno. A questo punto mi viene solo da pensare: stupidità! Dato che la parola arroganza risulta “riduttiva”.
    E’ stupido, allora, da parte del governo israeliano, continuare a difendere il proprio popolo con questa strategia da “tabula rasa”da decenni. Ottenendo cosa? Una sempre maggiore violenza. Israele avrà sempre dei confini, vicini o lontani che siano da quelli attuali. Non potrà fare terra bruciata intorno a sé. Che protezione ha garantito l’impossessarsi di altri territori?
    Ho sempre evitato di commentare post su questa questione, perchè come al solito te la prendi sul personale. Invece non avevo proprio intenzione di aprire une polemica con te!!

  10. ggugg ha detto:

    Non c’è alcuna polemica in corso, solo un confronto. Acceso, magari, ma niente di più d’uno scambio di opinioni.
    (Finalmente qualcuno che non mi fa i complimenti o che mi da ragione!)
    Ho sempre immaginato che tra i lettori abituali del “Taccuino” la mia posizione nei confronti del conflitto israelo-palestinese potesse risultare “stonata”, ma non l’ho mai nascosta perché credo nella dialettica. Per fortuna tutti i post e i commenti di questo blog sono costantemente pubblici.
    Insinuare il dubbio nelle granitiche certezze di chiunque è uno dei massimi esercizi intellettuali. E proverò ancora a lungo a esercitarmi in questo senso.
    Credo che la guerra la si possa fare da soli a qualcun altro, ma che la pace possa nascere solo se si è in due a volerla.
    Credo anche che gli accordi vadano rispettati senza deroghe, ma allo stesso modo che vadano rispettate anche le tregue.
    Sono d’accordo e non ho mai detto il contrario: la politica militare d’Israele è spesso sciagurata, e il fatto d’averla perpetuata per decenni ha finito con l’affossare la costruzione dell’unica soluzione possibile, una pacifica convivenza coi palestinesi e gli altri confinanti (ecco perché “stupidità” è un termine che non rigetto).
    Quello che però mi sembra continui a dividerci è il considerare le colpe tutte da un lato e le sofferenze tutte dall’altro, una condizione che evidentemente porta a pensare che debba essere una parte e non l’altra a compiere il primo passo.
    Personalmente penso che quel primo passo possa (e debba) compierlo proprio Israele, ma per ragioni diverse: è una democrazia.

  11. anonimo ha detto:

    Uhlalà, Giò! E qui pure Stella è venuto dopo di te!
    Saluti, Fofò

    http://www.corriere.it/esteri/09_gennaio_18/antisemitismo_a_sinistra_stella_d759242a-e53e-11dd-9276-00144f02aabc.shtml

    E Fassino ricordò: da settori della sinistra pregiudizio ideologico verso israele
    Antisemitismo, l’«equivoco» a sinistra
    Dalle accuse di Stalin a Trockij all’eterno ritorno del sentimento antisionista

    «Genocidio nazista a Gaza», spara il Partito Marxista Leninista intimando «lo scioglimento di Israele e la costituzione di un solo Stato per due popoli». Per carità, guai a prendere sul serio un gruppuscolo infinitamente minoritario che mette Stalin e Mao tra i Maestri: è il ruggito d’una mosca. Ma sarebbe un errore non vedere che nei dintorni di una certa sinistra stanno tornando a galla, sia pure arginati da una specie di pudore, sentimenti «antisionisti» dietro i quali si intravede l’ombra della solita bestia razzista.
    Sono segnali, capiamoci: solo segnali. Facili da spacciare come casi isolatissimi all’interno di una reazione corale sobria e saggia. Un paio di bandiere con la stella di David sostituita dalla svastica al corteo di ieri della sinistra extraparlamentare. Un altro paio di bandiere israeliane bruciate nei giorni scorsi. E-mail immonde smistate da internauti «rossi» che incitano a ribellarsi contro «il mostro giudaico-talmudico-sionista che ci domina» e lanciano la parola d’ordine: «Distruggiamo quest’incubo razzista e genocidario infame!». Sventurate dichiarazioni alle agenzie dell’«esule» rifondarolo Marco Ferrando, fondatore del lillipuziano Movimento per il Partito comunista dei lavoratori secondo il quale chi brucia le bandiere israeliane non deve «vergognarsi di nulla» perché brucia «non la bandiera dell’ebraismo, ma la bandiera del sionismo: cioè di uno Stato coloniale nato dal terrore contro il popolo arabo e che si perpetua, da 50 anni, con i metodi del terrore». Frattaglie. Impossibili da spacciare, nemmeno in giornate come queste dominate dalle immagini spaventose di una guerra sconvolgente, per «antisemitismo di sinistra».
    Come spiega Amos Luzzatto, a lungo presidente dell’Unione comunità ebraiche italiane e autore del libro «Conta e racconta. Memorie di un ebreo di sinistra», «l’antisemitismo “di sinistra” come atteggiamento innato e necessario di un’idea di sinistra non c’è. Ma certo, dell’antisemitismo esiste anche a sinistra. D’altra parte, se la sinistra appartiene a questa società…». Un paio di anni fa suo figlio, Gadi Luzzatto Voghera, docente di Storia dell’ebraismo a Venezia e certo estraneo alla destra, ha scritto un libro («Antisemitismo a sinistra ») per dimostrare che «sinistra e antisemitismo non sono incompatibili» fin dai tempi in cui il «mito dell’ebreo capitalista, ricco, usuraio» entra «nell’immaginario della sinistra nella seconda metà dell’Ottocento e non ne esce più». Tesi condivisa, ad esempio, da Shalom Lappin, del King’s College di Londra, protagonista del «Manifesto di Euston», secondo cui «grandi fette d’una sedicente sinistra fanno causa comune con estremismo, totalitarismo ed antisemitismo». O ancora da chi in Francia, come racconta un’inchiesta di Paolo Rumiz, denuncia il triangolo perverso «fra tre antisemitismi: quello del nazionalismo arabo, quello dell’estrema destra e quello dell’estrema sinistra antimondialista».
    Certo, siamo lontani dagli abissi ricostruiti da Riccardo Calimani in «Ebrei e pregiudizio». Dove si racconta, ad esempio, che quando Stalin (che pure favorì la nascita di Israele «prima con aiuti massicci di armi cecoslovacche all’Haganah, l’esercito clandestino ebraico, e poi con il voto all’Onu e il riconoscimento formale del nuovo Stato») scatenò «la sua offensiva con gli oppositori, gli agitatori politici alimentarono l’odio contro Trockij e contro Ztnovev lasciando intendere che non era un caso che entrambi complottassero e fossero ebrei». Alla larga dai paralleli.
    C’è però un fastidiosissimo «link» tra gli orrori di ieri e le storture di oggi. Ce lo dice il libro «La confessione» dove Arthur London, un ebreo cecoslovacco, comunista, precipitato nell’incubo dei processi staliniani, ricorda il suo interrogatorio: «Il giudice istruttore mi domanda bruscamente di precisare per ognuno dei nomi che verranno citati nell’interrogatorio se si tratti o meno di un ebreo; ma ogni volta nella sua trascrizione sostituisce la designazione di ebreo con quella di sionista: “Facciamo parte dell’apparato di sicurezza d’una democrazia popolare. La parola giudeo è un’ingiuria. Perciò scriviamo sionista”». Assurdo, si ribella London. Il giudice fa spallucce: «Del resto anche in Urss, l’uso della parola giudeo è proibita». Basta sostituirla e, oplà, ecco l’antisemitismo politicamente corretto. Fatta la tara all’immensa diversità della situazione, è proprio così diverso, oggi, il gioco di un pezzo, minoritario, di sinistra?
    Piero Fassino, qualche anno fa, rispose così: «Rappresentare Israele come uno Stato militarista, aggressore o, come qualcuno dice, fascista, è una sciocchezza, come lo è non riconoscere che Israele è una società democratica. Identificare la politica della destra israeliana con Israele tout court è un’operazione che non viene fatta con nessun Paese al mondo». Era, allora, il segretario dei Ds e riconosceva che «ci sono settori della sinistra che hanno parole d’ordine fondate su un pregiudizio ideologico e manicheo verso Israele, che spesso “coprono” il resto» e disse di riconoscersi nella tesi di Adriano Sofri. Il quale, denunciando i ritardi e le ambiguità di «tanta sinistra», aveva tagliato corto: «Non possiamo confidare nell’Europa e tanto meno amarla se non amiamo lo Stato di Israele (in nessun altro caso userei un’espressione come «amare uno Stato») e il suo popolo misto, coraggioso e spaventato. Il suo popolo, non soltanto le minoranze ammirevoli, i pacifisti che fraternizzano con gli arabi di Israele e di Palestina, i riservisti renitenti, le donne che difendono la vita e un’altra idea di coraggio, gli intellettuali che onorano la verità e non la sottomettono a una nazione».
    C’è chi dirà: ma li avete visti, oggi, i bambini di Gaza? Immagini che fermano il respiro. Ma proprio per questo, a chi come l’ex deputato rifondarolo Francesco Caruso disse (in momenti diversi) che era «meglio essere uno di Hamas all’italiana, che un Mastella alla palestinese», vale la pena di ricordare quanto spiegò anni fa Giorgio Napolitano. Riconoscendo che «prima che nel Pci, a partire dagli anni 80, si affermasse una posizione politica coerente, se c’era antisemitismo si presentava nelle vesti di antisionismo». Ricordò, il futuro capo dello Stato, che «si protrasse a lungo l’equivoco di una contrapposizione al sionismo: come se questo costituisse un’ideologia reazionaria che nulla aveva a che vedere con la storia del popolo ebraico, e come se fosse l’incarnazione di un disegno di oppressione nei confronti dei palestinesi, un disegno di potenza dello Stato d’Israele». Ecco, possibile che quell’«equivoco» possa protrarsi ancora?

    Gian Antonio Stella
    18 gennaio 2009

  12. ggugg ha detto:

    Grazie dell’articolo, Fò. Stella è uno di quei giornalisti impossibili da ignorare. Qui dice cose forti e documentate, come sua abitudine. Non conoscevo la citazione di Luzzatto sull’antisemitismo “a sinistra” (e non “di sinistra”). Questo, naturalmente, non ridimensiona il pericolo ed è bene restare presenti a se stessi perché la storia, purtroppo, è abituata a ripetersi.
    Tuttavia, come evidenziavo al commento #6, la discussione su questo tema rischia spesso di degenerare. Sarebbe interessante capire perché. Sfortunatamente, infatti, casi di popoli oppressi e sofferenti ce ne sono tanti sul pianeta, eppure è il conflitto israelo-palestinese a coinvolgerci più di qualsiasi altro. Forse la ragione è semplice: quella terra, quella storia, quelle culture sono parte di noi, vi siamo legati per infinite ragioni. Lì, come europei, siamo di fronte a noi stessi. Siamo noi. Pertanto quel pezzetto di terra alla fine del Mediterraneo ci riguarda e riguarderà sempre.
    Ebbene, sono caduto nel tranello anche io, rivolgendomi in maniera piccata nei commenti qui sopra. Non ridimensiono la critica ad un certo modo riduttivo e stereotipato di leggere quel dramma (Lucia Annunziata da Michele Santoro credo che l’abbia esplicitato in maniera molto plateale, *), tuttavia sento di dovermi scusare con Vale e con i lettori per non aver saputo mantenere il controllo.
    Allora torno al pacifismo vero, quello cui io stesso facevo riferimento ancor più su, e da cui non si può assolutamente deviare: l’estirpare qualsiasi pensiero bellico, di odio. E mi faccio aiutare da un pacifista vero, David Grossman:

    ISRAELE PARLI ANCHE CON HAMAS

    Come le volpi del racconto biblico di Sansone, legate per la coda a un’unica torcia in fiamme, così noi e i palestinesi ci trasciniamo l’un l’altro, malgrado la disparità delle nostre forze. E anche quando tentiamo di staccarci non facciamo che attizzare il fuoco di chi è legato a noi – il nostro doppio, la nostra tragedia – e il fuoco che brucia noi stessi. Per questo, in mezzo all’esaltazione nazionalista che travolge oggi Israele, non guasterebbe ricordare che anche quest’ultima operazione a Gaza, in fin dei conti, non è che una tappa lungo un cammino di violenza e di odio in cui talvolta si vince e talaltra si perde ma che, in ultimo, ci condurrà alla rovina.
    Assieme al senso di soddisfazione per il riscatto dello smacco subito da Israele nella seconda guerra del Libano faremmo meglio ad ascoltare la voce che ci dice che il successo di Tsahal su Hamas non è la prova decisiva che lo Stato ebraico ha avuto ragione a scatenare una simile offensiva militare, e di certo non giustifica il modo in cui ha agito nel corso di questa offensiva. Tale successo prova unicamente che Israele è molto più forte di Hamas e che, all’occasione, può mostrarsi, a modo suo, inflessibile e brutale.
    Allo stesso modo il successo dell’operazione non ha risolto le cause che l’hanno scatenata. Israele tiene ancora sotto controllo la maggior parte del territorio palestinese e non si dichiara pronto a rinunciare all’occupazione e alle colonie. Hamas continua a rifiutare di riconoscere l’esistenza dello Stato ebraico e, così facendo, ostacola una reale possibilità di dialogo. L’offensiva di Gaza non ha permesso di compiere nessun passo verso un vero superamento di questi ostacoli. Al contrario: i morti e la devastazione causati da Israele ci garantiscono che un’altra generazione di palestinesi crescerà nell’odio e nella sete di vendetta. Il fanatismo di Hamas, responsabile di aver valutato male il rapporto di forza con Tsahal, sarà esacerbato dalla sconfitta, intaserà i canali del dialogo e comprometterà la sua capacità di servire i veri interessi palestinesi.
    Ma quando l’operazione sarà conclusa e le dimensioni della tragedia saranno sotto gli occhi di tutti (al punto che, forse, per un breve istante, anche i sofisticati meccanismi di autogiustificazione e di rimozione in atto oggi in Israele verranno accantonati), allora anche la coscienza israeliana apprenderà una lezione. Forse capiremo finalmente che nel nostro comportamento c’è qualcosa di profondamente sbagliato, di immorale, di poco saggio, che rinfocola la fiamma che, di volta in volta, ci consuma.
    È naturale che i palestinesi non possano essere sollevati dalla responsabilità dei loro errori, dei loro crimini. Un atteggiamento simile da parte nostra sottintenderebbe un disprezzo e un senso di superiorità nei loro confronti, come se non fossero adulti coscienti delle proprie azioni e dei propri sbagli. È indubbio che la popolazione di Gaza sia stata “strozzata” da Israele ma aveva a sua disposizione molte vie per protestare e manifestare il suo disagio oltre a quella di lanciare migliaia di razzi su civili innocenti. Questo non va dimenticato. Non possiamo perdonare i palestinesi, trattarli con clemenza come se fosse logico che, nei momenti di difficoltà, il loro unico modo di reagire, quasi automatico, sia il ricorso alla violenza.
    Ma anche quando i palestinesi si comportano con cieca aggressività – con attentati suicidi e lanci di Qassam – Israele rimane molto più forte di loro e ha ancora la possibilità di influenzare enormemente il livello di violenza nella regione, di minimizzarlo, di cercare di annullarlo. La recente offensiva non mostra però che qualcuno dei nostri vertici politici abbia consapevolmente, e responsabilmente, afferrato questo punto critico.
    Arriverà il giorno in cui cercheremo di curare le ferite che abbiamo procurato oggi. Ma quel giorno arriverà davvero se non capiremo che la forza militare non può essere lo strumento con cui spianare la nostra strada dinanzi al popolo arabo? Arriverà se non assimileremo il significato della responsabilità che gli articolati legami e i rapporti che avevamo in passato, e che avremo in futuro, con i palestinesi della Cisgiordania, della striscia di Gaza, della Galilea, ci impongono?
    Quando il variopinto fumo dei proclami di vittoria dei politici si dissolverà, quando finalmente comprenderemo il divario tra i risultati ottenuti e ciò che ci serve veramente per condurre un’esistenza normale in questa regione, quando ammetteremo che un intero Stato si è smaniosamente autoipnotizzato perché aveva un estremo bisogno di credere che Gaza avrebbe curato la ferita del Libano, forse pareggeremo i conti con chi, di volta in volta, incita l’opinione pubblica israeliana all’arroganza e al compiacimento nell’uso delle armi. Chi ci insegna, da anni, a disprezzare la fede nella pace, nella speranza di un cambiamento nei rapporti con gli arabi. Chi ci convince che gli arabi capiscono solo il linguaggio della forza ed è quindi quello che dobbiamo usare con loro. E siccome lo abbiamo fatto per così tanti anni, abbiamo dimenticato che ci sono altre lingue che si possono parlare con gli esseri umani, persino con nemici giurati come Hamas. Lingue che noi israeliani conosciamo altrettanto bene di quella parlata dagli aerei da combattimento e dai carri armati.
    Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest’ultimo round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di vivere qui. Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi. Parlare per creare, in questa realtà opaca e sorda, un’alternativa, che, nel turbine della guerra, non trova quasi posto né speranza, e neppure chi creda in essa: la possibilità di esprimerci.
    Parlare come strategia calcolata. Intavolare un dialogo, impuntarsi per mantenerlo, anche a costo di sbattere la testa contro un muro, anche se, sulle prime, questa sembra un’opzione disperata. A lungo andare questa ostinazione potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di centinaia di aerei che sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti. Parlare con la consapevolezza, nata dalla visione delle recenti immagini, che la distruzione che possiamo procurarci a vicenda, ogni popolo a modo suo, è talmente vasta, corrosiva, insensata, che se dovessimo arrenderci alla sua logica alla fine ne verremmo annientati.
    Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall’esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati.

    “la Repubblica”, 20 gennaio 2009, QUI
    (Traduzione di A. Shomroni)

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