Les Hutsis: un insegnamento dal Burundi

    Sienteme bbuono, chiammame cu”o nomme mio.
    Nun tengo ggenio ‘e pazzia’, se pazzèa cu”a panza chiena:
    ‘a mia è vacante.
    ‘A verità: tu me hai purta’ rispetto si me vide.
    Tenimmo ‘e stessi nonni, nun me cride?
    Chi songo? I’ songo l’ommo niro che vene ‘a dint”a giungla,
    songo ‘o figlio ‘e Lumumba e si nun me saje piglia’ songo ‘na bomba.
    Si nun saje che è a casa mia che è accumminciata ‘a storia,
    rinfriscate ‘a memoria!

Roberto Calderoli, ministro leghista della Repubblica Italiana, ieri ha pronunciato le seguenti parole: "I numeri comunicati oggi dalla Caritas sull’immigrazione nel nostro Paese dimostrano che ci troviamo di fronte ad una vera e propria invasione e l’incremento previsto da questi studi per il futuro preannuncia una progressiva sostituzione dei nostri popoli con i loro". "La Lega Nord non ci sta e ostacolerà con qualunque strumento questa forma di masochismo a favore di chi vuole cancellare la nostra identità". [qui e qui]
Niente di nuovo, infondo: è sempre lo stesso delirio, la solita volgarità. Eppure oggi, invece di ignorarle o di arrabbiarmi, ho provato un altro sentimento: curiosità. Mi piacerebbe, infatti, chiedere a quel ministro una definizione di "identità", ovvero – nei dettagli – cos’è che intende difendere dall’orda di "negri-arabi-cinesi-filippini-ucraini-incas-aztechi" che ci sta assediando.
Glielo vorrei chiedere perché io davvero non lo so: studio da anni antropologia e ancora non vi saprei dare una definizione precisa, esauriente e definitiva di cosa sia l’identità culturale
Probabilmente potrei dire che è l’appartenenza ad una storia condivisa, cioè il sentirsi dentro un percorso. Ma poi subito mi domando: "e se questa storia avesse più passati?"… E infatti, sì, c’è sempre una molteplicità di radici, ma i razzisti non lo vogliono sapere, ed hanno un’enorme paura di scoprirlo.

    Aggio girato pe’ mille città
    senza me ferma’
    a Londra, ‘a Francia, ‘a Spagna, ‘a Tunisia stongo a casa mia
    so’ nato abbascio ‘o puorto e che vvuò fa’?

Ci sono biblioteche intere su questo tema, quindi non m’inoltrerò di più: io so semplicemente che la parola "purosangue" mi fa venire in mente l’ippica, e che il grande James Clifford ha scritto un saggio straordinario intitolato "I frutti puri impazziscono" (Bollati Boringhieri).
In questi giorni sto leggendo l’ultimo libro di Gad Lerner: "Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità" (Feltrinelli), perché – come lui – anch’io lo sono (l’accostamento del mio nome e del mio cognome parla chiaro, no?). Mi piacciono gli incroci, adoro il minestrone, preferisco la contaminazione: "mescolarsi è un modo per diventare tutti più ricchi", dice Serge Gruzinski. [un giorno, spero, troverete l’intervista in cui pronuncia queste parole in videoteca o in omaggio con qualche giornale… vero, Gemma?]
Di "minestroni etnici" mi ha scritto un paio di giorni fa Christiane, una cara amica burundese, raccontandomi di una commedia teatrale allestita dalla compagnia "Pili-Pili" di Bujumbura, in cui recita anche lei:
"La pièce si intitola "
Gli Hutsi", che è un mix tra Hutu e Tutsi. L’opera tratta della vita di una famiglia tutsi burundese in cui Lea, la giovane figlia, vuole sposare Charles (un hutu), ma suo fratello Igor (recentemente rientrato in patria dopo aver vissuto tre anni all’estero) vi si oppone, sebbene il promesso sposo sia il suo migliore amico. Igor, dunque, chiede aiuto ai suoi cugini per convincere Lea ad abbandonare i progetti di matrimonio, ma lo sostengono solo Rose e César, gli altri cugini invece stanno dalla parte della ragazza. Tra questi c’è Ida – la più anziana della famiglia – che ad un certo punto fa delle rivelazioni sconvolgenti: il vero padre di Charles è un tutsi, il vero padre di Rose e César è un hutu, Igor invece è stato adottato prima della nascita di Lea. Dunque, coloro che credevano essere dei tutsi sono hutu e quelli che pensavano di essere hutu sono tutsi! Alla fine Ida fa un’ulteriore rivelazione: "quel che vi ho raccontato può essere vero o falso: ve l’ho detto solo per mostrarvi come le persone si combattano per delle questioni di nascita senza avere la minima conoscenza della propria storia familiare". Ecco, questa è la storia: io ho la parte di Lea e fino ad oggi abbiamo fatto otto repliche. Tra poco cominceremo un tour per le scuole e, forse, andremo anche in Rwanda".

Quanto avremmo da imparare se riuscissero a venire anche in Italia, vero?

PS: i brani in napoletano che ho citato sono tratti da due canzoni degli Almamegretta: "Black Athena" e "Rootz" (entrambe nel cd "Lingo", uno dei miei preferiti, uno dei più contaminati).

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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2 risposte a Les Hutsis: un insegnamento dal Burundi

  1. SempreLontano ha detto:

    L’idea di quella pièce teatrale è génial!
    Igor me ne aveva parlato via e-mail…Mi ha detto che è stato un vero successo! Sono contenta, questo potrebbe rappresentare un “minestrone etnico” di profondo interesse…i primi ingredienti sono stati messi in pentola a bollire, ora bisogna vedere se la gente non soffra di allergie alimentari…Fino ad ora, però, sembra che sia stato gustoso questo minestrone…deve essere una bella soddisfazione per i nostri amici burundesi!

  2. anonimo ha detto:

    immigrazione? venite a prato se volete comprendere cosa significhi la multiculturalità…siamo nel primo comune italiano in cui esiste un assessorato alla multiculturalità, all’integrazione e alla partecipazione. Questo è un passo avanti http://www.comune.prato.it/governo/giunta/htm/frattani.htm

    renato

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