Il rogo di Kibimba

La mattina di giovedì 21 ottobre 1993, verso le 9, la tensione era già molto alta. La notizia dell’attentato al Presidente Ndadaye aveva già fatto il giro del Paese.
Sulla collina di Kibimba, a metà strada tra Bujumbura e Gitega, le due principali città del Burundi, qualcuno ricorda che quel giorno nei paraggi c’erano alcuni militari in borghese che seguivano le conversazioni e sondavano le opinioni. Alcuni contadini hutu, però, iniziarono ad alzare i toni e a litigare, fino ad azzuffarsi. Poco lontano, intanto, alcuni tutsi alimentavano la tensione gridando parole provocatorie, del tipo «Il gallo è stato finalmente decapitato!».
Durante la ricreazione delle 10 gli studenti del liceo di Kibimba, incuriositi dalla frenesia dei contadini per strada, videro due professori di etnia tutsi (che avevano appena terminato una lezione e stavano tornando a casa) essere fermati brutalmente e portati di peso al centro commerciale di Kwibubu.
Fu allora che il nervosismo e la paura cominciarono a diffondersi prepotentemente, si temeva un’invasione della scuola da parte dei contadini. Gli studenti non volevano più tornare in classe e gli insegnanti pretesero che il direttore della scuola, Firmat Niyoyunguruza, andasse a liberare i colleghi fatti prigionieri.
A questo punto c’è chi racconta che il direttore rassicurò tutti e accettò di mediare per la liberazione degli ostaggi, ma c’è anche chi sostiene che invece il direttore si allontanò proprio per allertare i contadini. Quel che è certo è che tre anni dopo, Niyoyunguruza fu giudicato complice degli assassini e condannato a morte, sebbene ci siano state delle testimonianze in suo favore da parte di alcuni studenti e professori tutsi.
Subito dopo la partenza del direttore, il prefetto degli studi Jérémie Ntirandekura richiamò l’attenzione dei presenti con un fischietto. I 694 allievi della scuola (tra ragazze e ragazzi) si raccolsero attorno a lui per ascoltare queste parole: «Come vedete, la guerra è già cominciata. Chi sa di essere tutsi non perda tempo: i tutsi devono fuggire tutti insieme a Mwaro, al campo militare. Dobbiamo partire in gruppo, al massimo tra dieci minuti».
La loro partenza in massa non passò inosservata: i contadini hutu di Kibimba, infatti, iniziarono a fischiare e a battere i tamburi in modo da avvisare altri contadini di sbarrare loro la strada.
Dopo circa tre quarti d’ora il direttore tornò, ma senza gli insegnanti sequestrati dai contadini. E trovando la scuola vuota, corse alla ricerca del gruppo in marcia verso Mwaro. Raggiunse i ragazzi a circa mezzo chilometro dalla scuola e tentò di rassicurarli ripetendo loro che i contadini gli avevano promesso di non entrare nell’istituto, ma i ragazzi erano troppo scossi e gli replicarono che non si sentivano realmente protetti, per questo si erano procurati bastoni e pietre.
A Kwibubu, dove erano stati portati i professori rapiti qualche ora prima, un gruppo di hutu armati di machete assalì gli studenti. Lo scontro fu violento. I ragazzi, tramortiti per i colpi presi, furono portati nello stanzone di un distributore di benzina abbandonato lungo la strada statale, vennero coperti di combustibile e in pochi istanti furono avvolti dalle fiamme. Gli assassini controllavano le uscite per impedire che qualcuno scappasse. Pochi ci riuscirono e, comunque, tra questi molti avevano profonde ferite o gravi lesioni.
Difficile dire quanti morirono. Alcune fonti parlano di 25, altre di 35, altre ancora di 70 o addirittura di 100 studenti arsi vivi. [qui un elenco parziale delle vittime].
Quel che seguì fu altrettanto spaventoso. Il buio della notte era squarciato dalle case in fiamme lungo le colline. Per giorni, per settimane, per mesi la furia hutu e il rancore tutsi continuarono a seminare distruzione e morte. Fu fatto scempio di uomini, donne e bambini, furono demolite centinaia di case, furono incendiate decine di campi. Gli stessi soldati dell’esercito si produssero in saccheggi e in esecuzioni sommarie. Qualcuno dice che sparassero a qualsiasi cosa si muovesse e che avessero iniziato a redigere addirittura degli elenchi di hutu da eliminare.
Oggi, a Kibimba, c’è un monumento con una frase impegnativa: «Plus jamais ça». Purtroppo è una frase falsa, ma che non possiamo non ascoltare e ripetere.

PS: Il testo che avete appena letto è un brano della relazione che ho tenuto (insieme ad alcune compagne di viaggio) in un seminario organizzato a Napoli lo scorso 27 luglio dal Consorzio Forma. E’ la ricostruzione, tramite testimonianze dirette e documenti, di uno dei fatti più spaventosi del genocidio burundese (in questi minuti, dodici anni fa). Nella sezione “Guerra” del mio album fotografico trovate qualche immagine del monumento.

PPS: La sezione di Meta dell’Università delle Tre Età della Penisola Sorrentina mi ha invitato ad aprire le attività dell’anno 2005-2006 con la relazione “Peacekeeper in Burundi”. L’appuntamento è per giovedì prossimo (27 ottobre) alle ore 17 presso la “Casina dei Capitani”. Siete tutti invitati.

PPPS: Infine, ecco i link ai miei ultimi interventi burundesi su BlogFriends: “Gli USA tolgono l’embargo al Burundi” (22 ott.), “Dodici anni fa, l’orrore” (21 ott.), “Là certe facce non sono solo da t-shirt” (15 ott.), “Siccità e disboscamento” (11 ott.), “Minacce sulla pace burundese” (5 ott.).

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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4 risposte a Il rogo di Kibimba

  1. LAfricanA ha detto:

    Burundi’s human rights watchdog, Iteka, has expressed concern over increased attacks on civilians by the rebel Forces nationales de liberation (FNL) and human rights violations committed by the rebels and the country’s defence forces.

    Despite the FNL attacks, “nothing can justify violation in terms judiciary procedure committed by police in general and the national intelligence services in particular”.

    In the month of September alone, Kavumbagu said, the FNL had killed 20 civilians and the army killed 11 and arrested at least 50 others.

    However, the army spokesman, Maj Adolphe Manirakiza, dismissed Iteka’s claims on Thursday as “groundless”, saying the army had not killed any civilian.

    Per l’articolo completo si veda:
    http://allafrica.com/stories/200510210056.html

    [ This report does not necessarily reflect the views of the United Nations ]
    Quasi comica direi questa precisazione!!

  2. burundi ha detto:

    Oggi mi ha scritto Dodie, un’amica di Bujumbura. Pubblico un passaggio della sua e-mail perché è un altro elemento per comprendere dove sta andando il Burundi:

    Ce 21/10/2005 la plupart des burundais a été triste pour n’avoir pas vu le Président de la Republique à la Tombe
    de Kibimba. Alors que les élèves ont été tués par leur directeur alor qu’il était sensé les protégé. Quand on y repense ça il y a de la peine.

  3. LAfricanA ha detto:

    Giovanni,
    il Burundi non trova ancora pace,
    il tuo nickname è carico di responsabilità, guarda un po’ qui:

    Burundi: Rights Protections At Risk With New Government
    Human Rights Watch (Washington, DC)
    PRESS RELEASE
    November 3, 2005
    Posted to the web November 4, 2005

    The election of a new government in Burundi has not brought an end to human rights violations by all sides in the country’s brutal civil war, Human Rights Watch said today.

    Human Rights Watch has documented torture and summary executions in the ongoing war in a new report, “Burundi: Missteps at a Crucial Moment.”

    “The armed conflict in Burundi is no excuse for torture and summary execution,” said Alison Des Forges, senior adviser to the Africa Division of Human Rights Watch. “The government and the rebels alike must abide by their obligations under international law to treat anyone in their custody humanely.”

    The report documents cases where Burundian soldiers summarily executed five civilians and tortured others whom they suspected of being collaborators with the last active rebel group, the National Liberation Forces (FNL).

    Human Rights Watch also describes cases where agents of the intelligence service, known as the Documentation Nationale, detained more than fifty civilians without regard for legal procedures and tortured some of them while they were in custody.

    Armed hostilities continue between the rebel FNL and the new government, with skirmishes occurring around the capital of Bujumbura. The report documents FNL killings of four civilians who held government posts or who were thought by rebels to be otherwise tied to the authorities. Two of the victims were decapitated and a third had his arm cut off, mutilations occasionally practiced by the FNL on their victims.

    “When the new government took power in August, it promised to protect human rights,” said Des Forges. “But in some parts of the country it is not delivering on that promise.”

    Brutali omicidi, torture, mutilazioni, detenzioni illegittime, uso improprio delle forze armate, non solo da parte del FNL ma anche del nuovo governo democraticamente eletto.
    A quanto pare la “giustizia” non era una questione da demandare al post elezioni, il nuovo Burundi democratico necessitava proclamazioni di responsabilità, trasparenza, memoria esplicitata degli eventi criminosi del passato, perdono.
    Tutto ciò sembra ancora lontano, il Burundi è un paese costretto, spaventato, che ha paura delle parole.

    Ma di quanti Mandela c’è bisogno eh?
    Di quante Commissioni per la verità e la riconciliazione?
    Grandi esempi di coraggio e nobiltà sembrano sempre troppo pochi.

  4. Pingback: Mai più indifferenza: per Aleppo, adesso | il Taccuino dell'Altrove

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