Il rumore dell’apocalisse

«Appena arrivati abbiamo cercato subito quella gola. Ma non siamo riusciti a scorgerla immediatamente perché avevamo letto male lo stradario, forse per la stanchezza del viaggio o per l’urgenza di renderci conto prima che facesse buio: eravamo convinti che il paese fosse ad est, cioè alla destra della superstrada, e noi guardavamo dal lato sbagliato. Solo dopo qualche minuto ci siamo resi conto che il Vajont era di fronte. E infatti quella sorta di faglia è lì, davanti alla cittadina: stretta, imponente, con un muro di cemento lassù… intatto, quasi fiero nella sua solidità. Longarone è un paese impressionante. Ogni edificio non ha più di quarant’anni. Il 9 ottobre 1963, alle 22.39, fu cancellato dalla superficie terrestre, e con lui 2000 abitanti. Ci vollero solo 4 minuti perché la spaventosa onda generata da una frana caduta dal monte Toc nel bacino della “diga più alta del mondo” spazzasse via qualunque cosa nella valle del Piave. L’orrore di quel che è stato lo si vede ancora, se si guarda bene è ovunque: lo si legge nella razionalità dell’architettura urbana, nella chiesa-sacrario in stile moderno, nell’immensa “M” disegnata sulle pendici del monte Toc dove non è mai più cresciuta erba perché alberi e terra sono giù nel vecchio lago artificiale… Rabbrividisco.
Marco Paolini è stato davvero grande nel riuscire a emozionare chi – come me – non aveva mai né sentito parlare di quella tragedia, né sapeva dove fosse il Vajont. Però stare qui, davanti a questa diga che non finisce mai e davanti a questa montagna con una ferita che non si rimarginerà più, è disarmante. E’ desolante. Fa rabbia.
Ma oggi ho capito anche che non potrò mai comprendere cosa realmente è stato. E il motivo è semplice: non ho mai sentito il rumore di una frana, di un’inondazione, di un’esplosione. E, in particolare, non posso neanche immaginare il rumore di quell’onda. Siamo saliti a piedi dalla diga fino a Casso. Il paese è praticamente disabitato, semi-abbandonato. C’è un solo bar, dove ci siamo fermati a prendere qualcosa di caldo, e scambiare due parole con la barista è venuto quasi spontaneo. Quasi per pudore, però, noi parlavamo d’altro, ma lei voleva raccontarci quel che è stato, come se lì non possa essere che l’unico argomento (e forse sì, lì davvero non possono esserci altri argomenti): “
Ero una bambina, non ricordo molto di quegli attimi, se non che mia madre mi prese in braccio e iniziò a scappare. Quel che non ho mai dimenticato, però, è il rumore. Ce l’ho ancora nelle orecchie».
(da una mia moleskine, 30 dicembre 2002)

PS: Tina Merlin fu l’unica a denunciare con caparbietà (per anni) l’arroganza di certi poteri e il pericolo che si stava irresponsabilmente preparando. “Sulla pelle viva” (1983) è il libro, straordinario, che ne racconta sviluppi e conseguenze. Nella Presentazione all’edizione che ho io (Cierre, Verona 2002), Marco Paolini esordisce così:

«Ci sono incontri che ti cambiano la vita. Persone straordinarie che ti comunicano qualcosa che entra a far parte di te. A volte sono stimoli, a volte dubbi, a volte idee. Emozioni, storie, passioni. A volte sono un pugno nello stomaco che ti toglie il fiato, che ti lascia dentro una rabbia e un senso d’ingiustizia subito intollerabile, ingiusta. Questo, per me, è stata Tina Merlin. Non l’ho mai conosciuta di persona, ma l’incontro c’è stato ugualmente attraverso le pagine di questo libro. Le storie non esistono finché non c’è qualcuno che le racconta. La tragedia del Vajont esisteva, eccome!».

Io sono andato sul Vajont perché ne ho ascoltato il racconto da Marco Paolini, al quale sono profondamente grato.

PPS: Qui i commenti che ho ricevuto su BlogFriends.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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5 risposte a Il rumore dell’apocalisse

  1. anonimo ha detto:

    La città dei morti.

    da “la Repubblica” on line di oggi

    MUZAFFARABAD (KASHMIR PACHISTANO) – Quando lo hanno estratto dalle macerie respirava appena. La pelle del viso aveva già assunto quel colore grigio che hanno i cadaveri, e quando lo hanno portato alla luce gli occhi si sono rovesciati indietro, per un momento ha afferrato convulsamente l’aria con la mano sinistra che poi è caduta, abbandonata. Era sopravvissuto per oltre 24 ore intrappolato in uno spazio angusto tra le lastre di cemento che hanno fatto a pezzi i suoi vicini ed ora il suo cuore ha smesso di battere proprio quando i soccorritori lo hanno tirato fuori.
    “Indietro! Ha bisogno di ossigeno”, grida alla folla uno dei medici. La gente intorno ci dice che il suo nome è Iqbal. Cominciano a fargli un massaggio cardiaco per rianimarlo, adagiato sopra alle macerie della sua casa. Il soccorritore che gli ha appena fatto la respirazione bocca a bocca si stacca, solleva il viso e si mette a urlare: “Ambulanza! Ambulanza!”, con la voce incrinata dalla disperazione. Intrappolato laggiù, tra le macerie, mentre giaceva disperato per oltre un giorno, Iqbal deve aver sentito i lamenti e le grida di aiuto degli altri sopravvissuti. Ora sta lottando per sopravvivere. Poi si sente un grido di gioia. Il suo cuore ha ricominciato a battere, un’ambulanza malridotta arriva e lo porta verso un eliporto da dove sarà trasportato a Islamabad.
    Questa era Muzaffarabad, che oggi chiamano la città dei morti, l’area abitata più vicina all’epicentro di un terremoto tanto forte da essere avvertito dall’Afghanistan al Bangladesh (continua)

    Il nome Iqbal nella mia memoria era legato alla triste vicenda del piccolo tessitore di tappeti-sindacalista pakistano Iqbal Masih, ucciso a dodici mentre tornava a casa in bici dai delinquenti del suo Paese, infastiditi dalla risonanza mondiale che quel piccolo, coraggioso uomo seppe dare alle sofferenze dei tanti bambini come lui costretti con la violenza a lavorare, incatenati ai telai, affamati sino allo stremo, venduti da genitori disperati per pochi dollari, come carne da macello, mucchietti d’ossa dalle piccole mani abili a creare tessuti e tappeti per viziati turisti occidentali, incapaci di esprimere il dolore.
    Ironia crudele della sorte… nel nome, il destino.
    Trentamila vittime.
    Tra i più poveri della Terra.
    La città della morte è sempre popolata dagli ultimi.
    Il rumore dell’apocalisse.
    Sono tristissima.
    A.

  2. burundi ha detto:

    Iqbal Masih era nato a Muridke (Pakistan) nel 1983. A 4 anni fu venduto come schiavo a un fabbricante di tappeti per 12 dollari.
    Come tanti bambini del suo Paese Iqbal, picchiato e incatenato al suo telaio, lavorava più di 12 ore al giorno. Nel 1992, durante la “Giornata della Libertà” organizzata dal “Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato” (BLLF), Iqbal cominciò a raccontare la sua storia, che fece il giro del mondo.
    Prima di essere assassinato a soli 12 anni dalla “mafia dei tappeti” il 16 aprile 1995, Iqbal aveva dichiarato: “Da grande voglio diventare avvocato e lottare perché i bambini non lavorino troppo”.
    Dalla sua storia, la regista Cinzia Th Torrini ne ha tratto un film per la tv (1998).

    Ulteriori notizie su http://www.unicef.it/i_masih.htm

  3. comeunapiuma ha detto:

    hai mai sentito parlare della tragedia di porto palo?
    nave affondata a largo della sicilia 350 morti, clandestini,silenzio stampa anno1996,verità emersa per inchiesta giornalistica anno 2000, ma dove viviamo?

  4. burundi ha detto:

    Certo, conosco molto bene quella storia: è il più grave disastro navale avvenuto nel Mediterraneo dalla Seconda Guerra Mondiale. Grazie a Giovanni Maria Bellu sono diventato amico di Anpalagan Ganeshu, il protagonista del suo libro-reportage (“I fantasmi di Portopalo”). Ne ho scritto anche un post: http://gugg.splinder.com/post/5517163

  5. Pingback: Quando crollano le dighe | Paesaggi vulcanici

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