Kibbutz? Raccontami la tua esperienza

E’ un po’ di tempo che leggo saggi e articoli sul “viaggio”. L’ultimo che mi è capitato è un articolo dell’antropologo francese Frank Michel su un vecchio numero di “Le monde diplomatique“.
Difficile dare una definizione esauriente del Viaggio, ma senza dubbio l’accostamento più immediato è quello con la Ricerca: viaggiare, come dice Michel, è ricercare “un arricchimento personale, con il desiderio di incontrare gli altri“.
Mentre leggo questi concetti e rifletto sul loro significato – sforzandomi di rendermeli chiari e magari di riuscire a trasmetterli – inevitabilmente ripercorro i miei spostamenti passati (i miei “vagabondaggi”, come spesso li definisco, quelli cioè – e cito ancora Michel – in cui è possibile “camminare liberamente accanto all’altro, vagare verso un altrove“).
Da questo punto di vista, il mio primo viaggio “consapevole” è stato durante l’estate del 1999, quando ho lavorato come volontario in un kibbutz in Israele [Per chi non sa cosa sia, storicamente, un kibbutz segnalo un contributo di Manuela Furlan, e per chi invece voglia conoscere quale sia la condizione attuale di queste comunità consiglio un articolo di Dominique Vidal (settembre 2000) e un Diario di Repubblica (in pdf, aprile 2004)].
Potrei dire che vivere l’esperienza colletivistica del kibbutz era uno dei miei desideri più grandi. Avevo bisogno (ero curioso) di sperimentare un diverso sguardo sul mondo, di realizzare uno stile di vita che puntasse alla costruzione di una società nuova, paritaria, che perseguisse la pace, la fratellanza, la condivisione (il motto dei kibbutzim è “da ognuno secondo le sue possibilità, ad ognuno secondo i suoi bisogni“).
Durante quell’inverno, per varie ragioni, avevo una gran voglia di andarmene: di lasciarmi alle spalle un po’ di cose e di “ritrovarmi”, come si dice spesso. Allora inserii la parola “kibbutz” in un motore di ricerca e cominciai a visitare i vari siti segnalati.
Trovai quello giusto: “Kibbutz Program Center“. Iniziai a prendere contatti, informazioni e notizie, cominciai a studiare la storia del popolo ebraico e quella dello stato d’Israele, ripescai anche un capitolo di un libro di Antropologia Economica…
Insomma, organizzai tutto da solo, quasi di nascosto: si trattava di qualcosa che dovevo realizzare io, solo io. Visite mediche, prenotazioni aeree, bonifici, cosa fare, dove alloggiare…
Avevo (quasi) sempre viaggiato solo, libero, padrone di me stesso e del mio tempo, ma adesso era diverso. Avevo un po’ paura, certo. Ma la determinazione era molto più forte.
Il 13 luglio 1999 i miei genitori mi accompagnarono a Capodichino, e mentre m’imbarcavo sull’aereo della Sabena iniziai a piangere.
Tornai a casa il 12 settembre 5760… anche stavolta con le lacrime agli occhi. Ma per un motivo diverso: era il secondo giorno del nuovo anno ebraico, il giorno dopo Rosh Hashana, e avevo appena lasciato il mio kibbutz in Galilea alle pendici del monte Tabor a venti minuti dal lago di Tiberiade… avevo lasciato Beit Keshet, che tradotto in italiano significa Casa Arcobaleno…
Quei due mesi hanno cambiato la mia vita, arricchendola.
Quei due mesi hanno rappresentato il mio primo vero incontro con l’Altro e con l’Altrove, la mia prima full immersion, il mio primo terreno… dunque la mia prima occasione per sperimentare le difficoltà di cui parlavano i libri studiati all’università: il sentirsi “tra due mondi“, il “ritrovarsi dubbiosi“, il patire un “disancoramento cronico“…
Quei due mesi, dunque, hanno anche contribuito a smussare le mie categorie preconcette, i miei dogmi, le mie comode certezze di privilegiato, facendomi interiorizzare un particolare metodo di osservazione, quello della “sospensione del giudizio“.


Potrei continuare a lungo, ma devo arrivare al perché di questo post, che nasce da un vecchio desiderio: condividere quell’esperienza con altri che l’abbiano vissuta. Approfitto, dunque, di questa piazza pubblica per chiedere a quanti lo vogliano di inviarmi il racconto della propria esperienza “kibbutziana”
.
Dove sei stato? Quando? Per quanto tempo? Perché hai scelto di andare in un kibbutz? Di cosa ti occupavi? Emotivamente, come hai vissuto quel periodo? Cosa ti ha lasciato? Ci sei tornato? Ci sei restato? Hai tenuto un diario?
Raccontami, raccontatemi… Chissà che non ne nasca qualcosa…

 

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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8 risposte a Kibbutz? Raccontami la tua esperienza

  1. LAfricanA ha detto:

    Sarebbe bello continuare a viaggiare con te,
    perché non ci parli un po’ di questa magnifica esperienza?
    Perché non cominci tu a condividerla anche con chi non c’è mai stato?
    In cosa ti ha cambiato?
    Cosa hai fatto in un Kibbutz?
    Qual è l’immagine che più caramente conservi nel tuo cuore?
    ecc
    ecc
    ecc
    sono proprio ansiosa di leggerti!!

    Nel frattempo ti abbraccio!

  2. burundi ha detto:

    Vedi Africana, il mio è un progetto di sintesi di più voci, che vorrebbe riuscire a presentare una realtà complessa come quella del kibbutz (che, tra l’altro, negli ultimi anni sta cambiando profondamente). Mi auguro, dunque, di raccogliere il maggior numero di testimonianze (ma mi accontenterei anche di una decina) in modo che incrociandole e confrontandole escano fuori molti più dettagli di quanti potrebbe fornirne il solo resoconto della mia esperienza.
    Voglio evitare i particolarismi e i personalismi, ecco perché non scrivo, adesso, un post su quel mio viaggio.
    Tuttavia, a casa ho almeno un paio di quaderni di appunti raccolti durante quei due mesi. Ci sono delle pagine che oggi mi imbarazzano per quanto il mio sguardo fosse etnocentrico e carico di pregiudizi:

    22 agosto 1999
    «C’è una foto alla parete, è di un rabbino che ha un’espressione inquietante. La nostra religione [mi riferivo a quella cattolica], all’apparenza non sembrerà il massimo dell’allegria col suo corollario di valli di lacrime, croci, sangue e sofferenze, però loro [mi riferivo agli ebrei] sono “rimasti” al Dio incazzato e vendicativo, distante e castigatore. Sono “rimasti” al Dio che manda diluvi e angeli sterminatori, lo si legge negli occhi di quel rabbino».

    Ma ci sono anche pagine che invece testimoniano quanto l’esperienza sul campo sia formativa:

    6 settembre 1999
    «Ieri due autobombe sono esplose ad Haifa e a Tiberiade. Finora non ho potuto vivere completamente la realtà israeliana perché lingua e scrittura sono un grande ostacolo. Sì, ho saputo di scaramucce militari col Libano, di due ragazzi di 19 anni uccisi, ma non ho partecipato (almeno, non emotivamente). Tutto mi è stato raccontato, mi è arrivato filtrato; l’ho vissuto indirettamente, come un osservatore distratto. Non ho mai “sentito” davvero lo stato d’animo con cui si può vivere qui. […] Adesso, improvvisamente, ho la sensazione di non voler uscire da Beit Keshet. Non vivo minimamente nel terrore, ma qui ora mi sento protetto e mi viene da ripensare a tutte le volte che in questi due mesi ho preso un autobus o un passaggio in macchina. Penso a quando sono stato ad Haifa con Véronique o a Tiberiade, anche da solo, e ho camminato proprio nelle strade delle esplosioni».

    Cara Africana, abbi solo un po’ di pazienza, dai tempo al tempo… e speriamo che qualcuno risponda al mio appello…

  3. ggugg ha detto:

    Chissà cosa ne penserebbero Ifrach, Yohanan e Galit. Cerco di non pensare alla faccia sconvolta di Miriam e di Martha, che all’™ingresso della lavanderia nell’™estate del ‘™99 avevano attaccato un adesivo pacifista che l’™allora recente elezione di Ehud Barak faceva sperare. Chissà cosa direbbero i miei amici di Beit Keshet circa l’™interesse di Gianni Alemanno e di Alleanza Nazionale ad imparare il modello comunitario dei kibbutzim.
    La notizia, su “œLa Repubblica” di oggi (7 luglio 2007), m’™ha fatto letteralmente saltare dalla sedia. Ne parla Alessandra Longo nella sua rubrica “Belpaese”:

    KIBBUTZ DI DESTRA

    La destra sociale scopre il kibbutz, anzi ci si identifica proprio. Sarà stato pure, all’inizio del ‘900, un modello comunitario laico-socialista ma le cose cambiano e adesso Gianni Alemanno vuol mandare in Israele i suoi fedelissimi di Azione Giovani a imparare. Ieri, a Roma, per la prima volta informa ufficiale, la destra «solidarista italiana», così si autodefinisce, ha incontrato i rappresentanti del Movimento Kibbutzim. E’ un altro piccolo grande strappo rispetto alla storia di una parte di militanti missini, da sempre molto vicini alla causa palestinese. Alemanno la spiega così: «Non rinneghiamo nulla, per carità, ma la vecchia logica del sospetto reciproco tra noi di AN e le comunità ebraiche non esiste più. In Israele noi vediamo molte cose di destra che ci piacciono. Confesso: pensavo che il modello kibbutz fosse legato alla religione e invece no. E’ una forma comunitaria che ci interessa, molto vicina a noi, a carattere fortemente identitaria e solidarista». Gli piace così tanto che ha già deciso: a ottobre andrà anche lui in Israele, «ma non a lavorare in un kibbutz, solo a vedere come funzionano».

    Della crisi dei kibbutzim (fr + en), io purtroppo mi resi conto già al tempo della mia modesta esperienza: il profitto che s’insinuava nel lavoro della comunità, il vantaggio di affittare la terra agli esterni piuttosto che coltivarla, il turismo come fonte di sostentamento. Soprattutto, però, ricordo l’erosione – nelle nuove generazioni – degli ideali che ne erano alla base. Chissà, forse perché io sono approdato al kibbutz compiendo una libera scelta, senza nessuna pressione o induzione, senza alcun “suggerimento”. Non so, ma per me decidere di fare un’esperienza kibbutziana (in cui sperimentare uno stile di vita basato sull’uguaglianza, la pace e la fratellanza) è un percorso individuale: politico, certo, ma non partitico. Ecco a cosa è dovuto il timore che provo dinanzi a questa notizia: alla confusione che si viene a creare quando non c’è più né identità, né idee.
    Io quella splendida sera nel cuore della Galilea a cantare in ebraico “Fischia il vento” con gli abitanti del kibbutz in circolo davanti al fuoco che arrostiva patate nella stagnola non posso dimenticarla.

  4. giogg ha detto:

    Un video tra l’amarcord e il documento per augurare buon anno nuovo (2013) a tutti i volontari dei kibbutzim da parte del “Kibbutz Volunteers Program Center”:

  5. giogg ha detto:

    Amos Oz è stato intervistato da Daniel Estrin per «Vox Tablet» il 23 settembre 2013: «Amos Oz, 74 Years Old and a National Treasure, Still Dreams of Life on the Kibbutz. In a wide-ranging conversation, Israel’s greatest novelist talks about working the land, making art, and Natalie Portman», QUI (l’intervista è disponibile anche in audio).

    In un passaggio parla dei kibbutz:
    «I have lived in a kibbutz for more than 30 years, and although I left the kibbutz 27 years ago, I still go back there in my dreams at least once a week. Good dreams, bad dreams, trivial dreams. I dream about the kibbutz very often».

    E a proposito della “crisi” dei kibbutz, dice:
    «They wanted to change human nature immediately and at one blow. This had a certain cost, and this cost meant certain self-sacrifice and certain repression.
    ESTRIN: I wonder if you think that Israelis are still trying to remake themselves, or is something different?
    OZ: No, I don’t think so. I think this immature ambition to change human nature in one blow is gone.
    ESTRIN: What has replaced it here?
    OZ: Well, a certain kind of hedonism, middle class values, passion, noisiness, pushiness, warm-heartedness. Everything that is very Mediterranean is true about Israeli society. It’s a very Mediterranean society. People are talkative, open, heartwarming, hearty, and selfish, and greedy at the same time».

    – – –

    Altri brani dell’intervista li ho selezionati QUI.

  6. giogg ha detto:

    “The Jewish Daily Forward”, 30 marzo 2014, QUI

    KIBBUTZ CULTURE CHANGES. AND KIDS COME BACK
    Good-Bye Collective Farms. Hello Community Living.
    by Yermi Brenner

    Ravid Brosh and Noa Tzur-Brosh woke up one morning in their peaceful suburban home in Rockville, Md., and found that after a long period of discussion, both had reached the same decision: to return to the kibbutz.
    Not that life was bad — the couple had relocated to the United States from Israel five years earlier, and they were about to receive the much-coveted green card that would allow them to stay as permanent residents. He had a well-paying job, and she was studying photography. Both their children spoke English fluently; their daughter, Romy, excelled in a public school, their son, Ivri, in a Jewish kindergarten. They had a comfortable life, according to Tzur-Brosh.
    But by 2008 they felt that the best place for them and for their children was Hatzor, the kibbutz where Tzur-Brosh, now 41, was born and raised.
    (This reporter was raised there, too.)

    VIDEO

    The Brosh family’s personal decision is part of a wider trend. After years of decline or stagnation, the population of kibbutzim is now on the rise. In 2001 there were about 115,700 residents in 268 kibbutzim in Israel, according to the government’s Central Bureau of Statistics. Today there are 155,455 people living in kibbutzim. Seventy-five percent of this population growth has occurred since 2008.
    Hatzor, which is located one hour south of Tel Aviv, near the coastal city of Ashdod, has gone from 280 kibbutz members a decade ago to 343 members today. Dozens more are waiting for their chance to apply for membership, which will come after more houses are added. Forty-four new family homes are currently being built on what used to be agricultural land.
    Most of the new members are people who grew up in the kibbutz, left it in their early 20s and returned with spouses and children. The surge of returnees has had a significant impact on the average age of the Hatzor demographic. In 2004, only 7% of members were younger than 50. Today, 35% are.

    As with other kibbutzim, the population growth at Hatzor came at a cost to the ethos that originally animated the kibbutz’s founding. People began to come back only after economic reforms were implemented that helped shift Hatzor from an egalitarian system — “From each according to his ability, to each according to his need” was the defining slogan — to an economic model in which every household is financially independent.
    “The kibbutzim abandoned the system of sharing money on the basis of financial need,” explained Raymond Russell, who is a sociology professor at the University of California and last year co-wrote “The Renewal of the Kibbutz — From Reform to Transformation.” “The traditional cooperative kibbutz has ended, and we have a new individualistic kibbutz.”
    What remains of the traditional kibbutz, according to Russell, is an ethic of mutual aid.
    “There is still a sense of ‘We take care of each other,’” he said, speaking of the kibbutzim he researched for his book. “But not much more than that.”
    At Hatzor, the reforms began in the late 1990s and gradually led to the current model, in which members are required to pay a progressive kibbutz tax — those with higher incomes pay more — and there is a safety net that ensures Social Security and pensions for all.
    “Now we can choose our own job, and have the ability to move ahead in our professional life,” said Tzur-Brosh, who today works as Hatzor’s director of education, supervising the kibbutz’s nurseries and kindergartens and the after-school activities of students ages 6–18.
    Most of Hatzor’s members are employed outside the kibbutz. Brosh works at Safeplace, a manufacturer of safes for the global hospitality industry. Hatzor owned Safeplace before a large Swedish corporation bought it out in 2010. Tzur-Brosh said the economic reforms have not compromised her kibbutz’s sense of community, but that Hatzor is definitely different from the home in which she grew up.
    “I like the fact that there is more privacy now,” she said. “No one expects or demands anything from you; if you want to be part of communal or cultural activities, you can, but if you don’t want to, you don’t have to. It is much more relaxed.”
    Six years have passed since the family left the United States and returned to the kibbutz, and the couple are positive that they have made the right decision for themselves, and especially for their children.
    “The kibbutz gives our kids an enormous amount of independence, which they won’t get in another place,” Tzur-Brosh said. “We know all of their friends’ parents, and our kids can walk around freely to their friends’ homes. Having them grow up in this kind of community gives us peace of mind”
    .

    Contact Yermi Brenner at feedback@forward.com

  7. giogg ha detto:

    Le crisi sono momenti di passaggio in cui un mondo vacilla e rischia di crollare. Oppure può rinnovarsi e rinascere, se ne si ha la forza e l’immaginazione per ripensarlo. I kibbutz sono in crisi ideologica ed economica da lungo tempo, tuttavia qualcuno sta sperimentando nuove strade per dar loro ancora un futuro. Vi sono esperienze di kibbutz urbani e di kibbutz per persone con problematiche speciali. Eccone le storie:

    “NPR”, 13 ottobre 2009, QUI

    IN ISRAEL, KIBBUTZ LIFE UNDERGOES REINVENTION
    by Lourdes Garcia-Navarro

    For years now, the kibbutz movement in Israel has been struggling. These communal farms were a big part of the utopian dream that married Zionism with socialism. But now, fewer than 5 percent of Israelis live in kibbutzim.
    Many communities were privatized; others were abandoned. But from the ashes, some Israelis are trying to branch out and take the old movement in a new direction.

    The Urban Kibbutz
    It’s dinnertime at an apartment in Jerusalem’s Kiryat Yovel neighborhood. The door is unlocked and 20-something men and women walk in holding dishes of food for the potluck meal. It looks like a gathering of any group of young Israelis, but the people here are members of an urban kibbutz.
    “It’s the renewal of the kibbutz movement. And I think it takes the basic and core values and principles of the kibbutz movement but places it in a different context,” says Michal Gomel, a 28-year-old social worker.
    She grew up on a traditional kibbutz — one that was set in a remote rural environment, where all the funds and the work were shared.
    “What we felt [was] that in modern society today there is a lot of alienation between people in the cities, where most of the population today lives,” Gomel says. “So this is why we felt we want to live in a more urban setting but with the solidarity and the friendship and the personal ties of a small kibbutz.”
    Her urban kibbutz — one of dozens in the country — is made up of 13 adults and three children. Most of them live in this apartment building.
    “We want to share a space, that’s for sure. We don’t share the same apartment. We’re not in a commune setting,” Gomel says. “We have some kind of economic sharing. We celebrate holidays together. We also have a lot of ideological sharing, which means we learn a lot from each other.”
    And they want to achieve certain common goals. This group is active in local politics. At the moment, they are leading the charge in trying to maintain the secular character of their neighborhood as increasing numbers of Orthodox Jews move in.
    Communal meals are an important feature of their life, when they can discuss and plan activities. As dusk falls, they sit down to eat.

    The Kibbutz In Progress
    There are 256 kibbutzim in Israel, according to the movement’s official Web site. But for the past decade, the movement has been in crisis.
    “We are in a situation of restarting the whole thing,” says Muki Tzur, a historian and former secretary-general of the United Kibbutz Movement. Sitting in a park in Tel Aviv, he says he is hopeful that the movement can survive this difficult time.
    “It’s a pregnant movement. There are many directions, many adaptations; there are many new ideas that are coming through, and many old dreams that couldn’t be accomplished in the past can be accomplished today,” Tzur says. “The kibbutz is in the hospital, but to go to the hospital doesn’t mean that you are sick. Sometimes you go to the hospital because something is going to be born.”
    But what exactly? Sometimes even those who are starting a new kibbutz don’t know.
    In the kibbutz of Hanaton in northern Israel, Jacob Ner-David fields a question about what the new model for this kibbutz will be.
    “The 25 or 30 new houses that you want to build for future members, what will it mean to those families to be a kibbutz member?” the questioner asks.
    “It’s still going through definition,” Ner-David answers. “There isn’t an absolute answer to you.”
    Ner-David moved here a few months ago from Jerusalem with his wife and six children, along with 18 other families.
    People in the area are busy at work remodeling homes they will eventually be living in. Hanaton, Ner-David says, was founded in the 1980s, but by 2006, only 11 of the original 114 members were left. Like many kibbutzim, its finances faltered and it was deeply in debt.
    Ner-David and the other families bought the kibbutz and are now working out how the community will function. Everyone will own his own home. Most have jobs off the kibbutz, so their income will be their own as well.
    Beyond that, Hanaton is affiliated with the Conservative Jewish movement, and Ner-David says that the families who come here all want to explore their faith.
    “Your Jewish identity has to mean something, and it has to be the basis for how you view communal life,” he says. “Because it is a bunch of people that want to figure out what does it all mean.”
    He says Hanaton will be a place where some interfaith challenges can be resolved.
    “Hopefully, it will be an example of what could be, how do you all get along. I mean, if we have one synagogue, for example, what do you do? I’m sure there’s going to be a breakaway synagogue,” he says, laughing.
    It hasn’t been easy, but Ner-David says he doesn’t regret coming here. “The reaction we’ve got from most people that we speak to, for example, in Jerusalem, Tel Aviv, my business partner — who’s an absolute Tel Avivian — is ‘Wow, you are actually doing what everybody else dreams about.’ ”

    The Special-Needs Kibbutz
    About an hour away is a different community that is trying to completely redefine what a kibbutz is.
    “Kishorit is a home for life for adults with special needs located in the Galilee and has 140 members. The vision of the founders was based on the kibbutz model,” says Dita Kohl-Roman, one of the directors.
    Yochanan Bayit, a resident with special needs, came to Kishorit five years ago and works in the community’s television station.
    “I came here to change my life. I have interesting things to do,” he says.
    Kohl-Roman says the kibbutz members here all have different backgrounds — some are autistic, some are schizophrenic, all have some form of disability. Eventually, there will be a community for family members abutting Kishorit. A sister area for Arab members with special needs is also planned.
    “The kibbutz has an enormous ability to heal. The community life in the kibbutz, the fact that one celebrates the holidays together, actually is very good for people with special needs,” Kohl-Roman says.
    Having a place where no one judges you, where there is a safety network, she says, is vital. “You have people who are taking care of you here, and you have friends here. You can help others who are weaker than you and you can get help of other members who are stronger than you,” she says.
    As in a traditional kibbutz, everyone is expected to work. There are a toy factory, a goat farm and a kennel. Kohl-Roman says there is nothing like Kishorit anywhere in the world.
    She says she is excited by what’s happening here. Far from the kibbutz movement being dead and buried, she says, it is being reborn
    .

  8. giogg ha detto:

    “Slate.fr”, 17 gennaio 2016, QUI

    LE KIBBOUTZ URBAIN RENOUE AVEC LES IDEAUX D’ISRAEL
    Symbole d’Israël, le kibboutz est en mutation. Hier agricoles et rurales, ces communautés socialistes sont partout en voie de privatisation. Et les colonies en proposent une version néo-sioniste radicalisée dans les territoires palestiniens. Mais un mouvement nouveau, le kibboutz urbain, propose un retour aux sources.
    par Frédéric Martel

    Longtemps, Aviad s’est couché au petit matin. Il était barman à Tel-Aviv et il travaillait le soir. L’alcool, la fête, les filles, la nuit étaient au centre de sa vie. Désormais, il se lève tôt. À cinq heures du matin –à l’heure où il se couchait auparavant.
    Depuis deux mois, Aviad a changé de vie. Il a choisi de rejoindre un kibboutz. «J’assiste au lever du soleil. Je travaille de 7h à 16 h pour la communauté. C’est une autre vie, plus épanouie. Je pense que je suis davantage heureux ainsi», me dit le jeune homme, lorsque je le rencontre dans le désert du Negev. Il est là en «camp» d’intégration, une semaine de voyage collectif organisée par son kibboutz. Et il vit désormais au Nord d’Israël, dans la vallée de Jezreel.
    Le kibboutz HaZore’a est typique de ces fermes collectives qui ont fait l’histoire d’Israël. Il a été fondé en 1934 et reste très imprégnée de l’idéologie socialiste et sioniste d’alors. Le kibboutz est laïque, bien qu’Aviad se dise croyant et «modérément religieux», sans suivre toutefois les préceptes du judaïsme de manière stricte.
    Pourquoi changer de vie? À qui cela est-il donné de tout changer et de repartir à zéro? Est-ce un besoin de faire une pause pour réfléchir à la suite de son existence? Une crise de jeune adulte israélien, après l’armée et avant la vie de famille, lorsqu’on commence à se rendre compte que la vie est un peu plus complexe que ce que l’on pensait adolescent? Serait-ce une version israélienne du Sur la route de Jack Kerouac, du Carnets de voyage de Che Guevara, d’Into the Wild ou du «hippie trail», qui vous fait tout quitter à 25 ans pour partir vers d’autres horizons? Moins Kerouac et Guevara qu’en quête de sa propre aventure existentielle, Aviad me dit qu’il a choisi d’être «plus en phase avec la nature et la terre», lui qui avait toujours vécu dans une ville
    .

    Un mouvement «rurbain»
    Si HaZore’a suscite encore des vocations, comme l’atteste le parcours d’Aviad, cela ne doit pas faire oublier que le mouvement des kibboutzim est en crise. Hier collectifs et socialistes, essentiellement basés sur l’agriculture, où l’on partageait ses revenus et les tâches ménagères, le kibboutz est bien différent en 2016 de ce qu’il était aux débuts de l’histoire d’Israël.
    Il est de moins en moins agricole et de plus en plus privatisé. Ses activités se tournent souvent vers le tourisme, les services et l’hôtellerie (c’est une évolution prise par exemple par le kibboutz Ein Gedi que je visite près de la Mer morte). Il est encore à la mode, mais comme mouvement de «rurbains», ces intellectuels qui, comme l’écrivain israélien célèbre, Benny Ziffer, rédacteur en chef d’Haaretz, vient d’acheter une maison dans le célèbre kibboutz socialiste de Kheftsi-Ba dans la vallée de Jezreel.
    Quant ils restent agricoles, les kibboutzim évoluent parfois vers des fermes individuelles privatisées qui n’ont plus en commun que la coopérative d’achat et de vente, ce qui les rapproche alors d’un autre modèle de ferme, célèbre en Israël, celui du Moshav (dans la vallée d’Arava dans le Negev, je visite plusieurs Moshavim qui continuent de produire, massivement, dans le désert, des tomates, des pastèques, des dattes ou des figues).
    Surtout, le kibboutz a été dépassé sur sa droite. La compétition est indirecte mais vive avec un autre type de collectif qui est aujourd’hui un mouvement profond et massif de la société israélienne: les colonies dans les territoires palestiniens. On y est loin de l’idéal socialiste du kibboutz original, qui, comme HaZore’a, le kibboutz qu’a rejoint Aviad, ont longtemps cherché l’entente et la coopération avec les populations arabes. Enfin, les kibboutzim se mettent à quitter les terres isolées pour rejoindre les grandes villes donnant naissance à l’intéressant phénomène dit du «kibboutz urbain» (ou kibboutz de ville). Autant de mutations qui sont en train de changer profondément l’identité du kibboutz
    .

    «Ici, on a inventé une sorte de capitalisme en commun»
    Daniel et Yane Benaroch vivent depuis 1974 dans le kibboutz Sde-Boker dans le désert du Negev. Ils ont connu et vécu, durant ces quarante années, toutes les transformations de cette ferme agricole typique, où je les retrouve pour le repas dans la salle à manger collective du kibboutz.
    «Nous sommes venus ici chacun de notre côté. Nous venions du Maroc. Nous nous sommes rencontrés à Sde-Boker puis nous nous sommes mariés. Beaucoup des kibboutznikim sont arrivés sans famille. Le kibboutz leur a donné une famille», m’expliquent, ensemble, Daniel et Yane Benaroch.
    Sde-Boker regroupe actuellement 180 kibboutznikim et, avec les volontaires et les employés, près de 450 individus vivent dans cette ferme collective symbolique. Car Sde-Boker a une histoire riche: c’est le kibboutz de Ben Gourion, le père de la nation israélienne. Il a été créé en 1952 et l’ancien Premier ministre y est arrivé l’année suivante, pour y prendre sa retraite: il y a fini ses jours dans une petite maison modeste, avec son épouse (deux petites chambres séparées avec des lits à une place, une cuisine étroite, une entrée-séjour et, seule espace un peu spacieux, une bibliothèque où il avait l’habitude d’écrire et de lire la nuit). Ben Gourion est enterré non loin de là, face au fabuleux désert, devant des canyons grandioses d’une beauté indescriptible.
    «On n’a toujours pas de compte en banque, ni de voitures personnelles. On partage tout», me dit Yane Benaroch. Son époux, Daniel, est d’ailleurs médecin dans un hôpital de Beer-Sheva, la capitale du Negev, et reverse l’intégralité de son salaire au kibboutz. Et lorsqu’ils ont besoin de se déplacer, ils réservent une voiture au sein de la communauté qui dispose d’un «pool» collectif d’une soixantaine de véhicules.
    La lessive est, elle-même, encore faite collectivement à Sde-Boker. «Pourtant, on constate que certaines familles achètent des machines à laver individuelles. Ça permet d’avoir son linge plus rapidement», commente Yane Benaroch.
    Le couple a trois enfants mais ceux-ci, contrairement aux kibboutzim socialisants du début, ont été élevés avec leurs parents dans leur maison, non pas collectivement. Les deux garçons continuent de vivre dans un kibboutz (mais pas dans celui de Sde-Boker); la fille a rencontré dans le kibboutz un volontaire international et vit aujourd’hui avec lui en Irlande
    .

    De nouvelles ressources
    Sur le plan économique, Sde-Boker a changé de modèle. Les fruits (pêches, abricots, prunes, nectarines) constituaient hier le cœur des activités agricoles du kibboutz. L’eau ayant été de plus en plus chère, en dépit des progrès de la désalinisation, les kibboutznikim se sont tournés vers les oliviers et la fabrication d’huile d’olive, plus vendables et plus «bobos». On s’est mis aussi aux raisins. «Il y a ici, dans la région, une centaine d’hectares de vignes. On fait le vin et on l’exporte», m’explique Zvi Remak, vigneron à Sde-Boker. (En fait, les caves à vin sont situées dans le kibboutz voisin de Revivim, où les récoltes de raisins de Sde-Boker sont apportées).
    Mais ni la culture des olives, ni celle du vin n’ont vraiment suffi à refonder le modèle économique du kibboutz. Aujourd’hui, les habitants de Sde-Boker vivent essentiellement grâce à une usine spécialisée dans la fabrication de bandes adhésives pour les emballages. La maison de Ben Gourion, et sa tombe, attirent aussi les touristes auxquels on propose des résidences d’hôtes, des randonnées à pied ou à vélo, des excursions de quelques jours sous la tente dans le désert.
    La privatisation est également en cours. Si Sed-Boker résiste bien; d’autres kibboutzim sont aujourd’hui libéralisés; certains investissent même en bourse ou font des paris immobiliers. «Ici, c’est un modèle mixte, on a inventé une sorte de capitalisme en commun», explique Yane Benaroch. Qui ajoute pourtant: «J’aimerais que nous soyons plus privatisés pour pouvoir transmettre notre maison à nos enfants.»

    On se croirait sur un campus californien
    Le kibboutz Sde-Boker est superbe. Bien que l’on soit au cœur du désert, et que l’eau soit rare et chère, les pelouses sont vertes; les palmiers et les oliviers sont bien entretenus et je vois des espaces sportifs, un jardin d’enfant, un supermarché, des bureaux administratifs. Partout, des bicyclettes. On se croirait sur un campus d’université californienne.
    Yoni travaille au «hadar ohel» (le cœur du kibboutz), le réfectoire ou salle à manger de Sde-Boker. Il fait le service et aide en cuisine. Il a 20 ans. Sa famille d’immigration récente est originaire d’Éthiopie et il a fait le choix de passer une année à Sde-Boker. En vertu d’une procédure dérogatoire spéciale, certains jeunes israéliens peuvent passer une année dans un kibboutz durant leur service militaire (obligatoire pour tous, garçons et filles, vers 18 ans, et pour trois années). Yoni, qui avait toujours vécu en ville, a voulu connaître l’expérience de la vie rurale et connaître le désert.
    Arnon et Gal, en service de coopération eux aussi, ont rejoint le kibboutz Sde-Boker comme jardiniers. Ils taillent les oliviers et arrangent les jardins, en profitant, en ce début du mois de janvier 2016, d’un temps relativement clément et pas trop chaud. Nous parlons du kibboutz et de leur différence avec les «colonies» («settlements» en anglais) installés en territoire palestinien. Arnon rejette vivement toute analogie. «Ce sont des fous. Je pense que ce n’est pas bien, que ce n’est pas juste, de créer une colonie en territoire palestinien.»

    Un symbole d’Israël sous perfusion
    Comme beaucoup de kibboutzim, Sde-Boker est aujourd’hui sous perfusion économique. C’est un symbole d’Israël que l’État ne peut pas voir disparaître. Pourtant, moins de 5% des Israéliens vivent aujourd’hui dans l’un des 256 kibboutzim encore en activités dans le pays.
    Alors, on a multiplié les subventions pour aider leur modèle économique; on accorde des exceptions aux jeunes soldats qui rejoigne un kibboutz. «Historiquement, le kibboutz a toujours été à gauche. Le parti travailliste nous a toujours aidés. Mais aujourd’hui, avec les gouvernements de droite, ils ont diminué les subventions et les avantages», regrette Daniel Benaroch.
    Politiquement, le modèle socialiste a perdu de sa superbe. En revanche, la dimension sioniste des kibboutzim se retrouve aujourd’hui amplifiée par les colonies qui, installées illégalement en territoire palestinien, correspondent à un idéal nouvelle manière. On peut penser que le kibboutz est plutôt de gauche et laïque alors que le «settlement» serait de droite et plus religieux –et c’est généralement le cas. Pourtant, les nuances sont multiples. Il existe des kibboutzim assez religieux et on ne doit pas oublier que les gouvernements travaillistes ont longtemps favorisé les implantations de colonies en Cisjordanie et à Gaza, bien que celles-ci soient considérées comme illégales par la communauté internationale
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    Le kibboutz urbain, nouvelle frontière pour le kibboutz
    Si Aviad a quitté la vie urbaine de Tel -Aviv pour le kibboutz HaZore’a; si Yoni, Arnon et Gal, qui ont toujours vécu en ville, ont choisi de rejoindre Sde-Boker pour connaître l’expérience de la vie rurale et du désert, un phénomène inverse est en train de se produire.
    À Mitspe Ramon, une ville dite de «développement» au Sud d’Israël, Tsur Willman, 31 ans, coordonne «The Communa». Sur la rue Mahle-Hadkalim se trouve, en effet, ce qu’on appelle désormais un «kibboutz urbain». C’est un immeuble modeste de trois étages où une trentaine de personnes vivent en communauté. La référence à la Commune de Paris atteste d’une vision utopique et socialiste.
    «Le kibboutz urbain est une nouvelle façon de vivre, dans la continuité des idées et valeurs du concept original de kibboutz: vivre ensemble, partager et éduquer. À l’époque, le kibboutz avait pour mission de bâtir les fondations d’Israël et de construire de nouvelles colonies. Pour moi, notre mission me semble différente aujourd’hui: il s’agit de solidifier et renforcer la société israélienne qui existe déjà. C’est pourquoi nous vivons dans les villes et coopérons avec les gens qui habitent ces villes», me dit Tsur Willman.
    Au rez-de-chaussée du kibboutz urbain de Mitspe Ramon je vois les machines à laver et les poucettes; dans les étages: la chambre à manger et des chambres collectives. «Nous sommes une trentaine à vivre ici, ensemble», m’explique un jeune homme. Il fait, comme ses camarades, parti de Dror Israël, un mouvement socialiste et sioniste qui est, avec d’autres (notamment le mouvement jumeau Hashomer Hatzair), à l’origine de la création de ces kibboutzim urbains
    .

    Conserver l’esprit
    Ces mouvements sont centrés sur l’éducation et, en effet, «The Communa» gère une école élémentaire qui se trouve à deux pas, de l’autre côté de la rue Mahle-Hadkalim. «Nous enseignons aussi dans le lycée et enseignons l’hébreu à des adultes. Nous imaginons de nouveaux modèles éducatifs, basés sur l’innovation et sur notre “togetherness” [unité, vivre ensemble]», ajoute Tsur Willman.
    Ce qui est étrange, ici, dans cette courte allée de Mitspe Ramon, c’est le mélange des genres. Au n°8 et 10 de la même rue se trouvent des immeubles entièrement occupés par des religieux qui, eux aussi, à leur façon, mènent une vie communautaire. Tout le monde semble vivre «en bonne intelligence», selon les mots de religieux interrogés dans la rue, et en dépit de la distance politique qui sépare la droite juive orthodoxe de la gauche socialiste laïque.
    Tomer, l’un des porte-paroles du mouvement Dror Israël, affirme que près de 1.500 personnes vivent aujourd’hui dans des kibboutzim urbains dans le pays. «Notre objectif est de conserver l’esprit du kibboutz, ses valeurs, sa nature collective mais de revenir aux sources du mouvement kibboutzim. On corrige ce qui n’allait plus», me dit Tomer, lors d’une interview par téléphone.
    Établir un kibboutz en ville peut paraître une contradiction. Mais l’idéal de justice sociale, de démocratie et un même amour d’Israël unit les deux mouvements ruraux et urbains.
    Au lieu de vivre dans une ferme en grand nombre; le kibboutz urbain réunit quelques dizaines de personnes dans un immeuble urbain. Les habitants de The Communa, que j’interroge à Mitspe Ramon, répètent tous les mêmes mots: l’amour de la «culture du partage»; la «liberté»; «améliorer sa vie»; «changer de vie» ; «s’intéresser aux autres et non pas seulement à soi-même». Tous sont socialistes ou socialisants; tous veulent mettre leur force au service de la communauté dans laquelle et pour laquelle ils vivent
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    Tourné vers le social
    Il existerait actuellement une centaine de kibboutzim urbains en Israël. Le phénomène est ancien mais il s’est amplifié ces dernières d’années. Les plus connus sont ceux de Resheet et Bet Yisrael à Jérusalem, celui du mouvement Dror à Tel-Aviv, Migvan à Sderot, Mishol à Nazareth, Tamuz à Beit Shemesh, ou, dans un cadre rural mais avec des actions éducatives urbaines, le kibboutz Eshbal en Galilée.
    Comme dans le kibboutz traditionnel, le kibboutz de ville est basé sur la culture et l’économie du partage. Ses membres mettent en commun leurs revenus et se répartissent les tâches domestiques. Les repas sont préparés et pris en commun. Toutes les décisions sont prises lors d’assemblées appelées «arsefa», modèle de démocratie directe. La taille réduite du kibboutz de ville facilite la prise de décision, entre familles, ce qui était devenu difficile dans les vastes kibboutzim traditionnels.
    D’une manière générale, le kibboutz urbain symbolise un rejet de la vie bourgeoise et confortable. Comme je le constate sur place, la «Communa» de Mitspe Ramon correspond à un cadre de vie modeste, frugal, voire spartiate. La bureaucratie et la démocratie rigides du kibboutz traditionnel sont rejetées au profit de la souplesse et la simplicité, plus proches d’un idéal socialisme communautaire. «Parfois, cela conduit à une forme d’anarchie créative sympathique», me dit l’un des membres de la Communa. Je sens comme une ironie dans ce propos.
    Alors que le kibboutz traditionnel était tourné vers le «sol», la vie rurale, l’agriculture et le culte de la «terre» –au cœur même de l’idéal sioniste–, le kibboutz urbain s’intéresse aux populations difficiles et à l’action sociale à l’échelle micro-politique. L’éducation est au cœur de son idéologie. Mais pour socialiste qu’il soit, et souvent bienveillant à l’égard des arabes-israéliens, il ne faudrait pas en déduire que le mouvement est anti-sioniste. Bien au contraire, il se proposer de revenir aux valeurs sociales du sionisme originel.
    Ce qui n’empêche pas des exemples de kibboutzim urbains de s’être développés loin d’Israël, par exemple à Brooklyn, à New York, dans un esprit post-Woodstock. Des exemples existent aussi à San Francisco et dans d’autres villes américaines, ce qui atteste de la force de l’idée et de la persistance du mythe communautaire
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    Laboratoire du futur ou phénomène éphémère?
    Avoir un idéal est rare en 2016. Plus rare encore en Israël, où la situation politique apparaît sans issue, le processus de paix est au point mort, et alors même qu’une véritable «troisième intifada» semble bel et bien avoir commencé.
    Pourtant, les jeunes de la Communa, ceux des kibboutzim urbains de Resheet, Bet Yisrael, Migva ou Tamuz, renouent avec un idéal qu’on croyait disparu depuis longtemps en Israël. Utopiques certes, optimistes certainement, ces expérimentations grandeur nature prouvent au moins une chose: les valeurs de justice sociale et de démocratie demeurent en Israël. Ces nouveaux kibboutzim sont-ils un laboratoire social? Un phénomène éphémère ou plus durable? Un mouvement de transformation radicale de la société? Ou le début d’une régénération des valeurs israéliennes? Il est sans doute trop tôt pour trancher entre ces différentes hypothèses.
    Mais qu’ils viennent des villes et sont partis s’installer dans les déserts, tels Aviad, ou qu’ils retournent à la ville, après avoir grandis dans des kibboutzim ruraux, comme les activistes du mouvement Dior, ces allers-retours israéliens témoignent peut-être d’une quête toujours renouvelée, et jamais complètement stabilisée, de l’identité israélienne
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